Train On The Island: un disco elusivo (forse troppo?) per Aldous Harding.
“When in this charming car/ This charming man” cantavano gli Smiths tanti anni fa. Non sappiamo su che auto viaggi Aldous Harding, tuttavia per lei l’aggettivo charming è del tutto appropriato. Se il fascino può, anzi deve, avere anche qualcosa di sfuggente, allora la cantautrice neozelandese trasferita in Galles ne è un’esemplificazione perfetta: il viso che sembra diverso da una foto all’altro; la voce che cambia registro, tonalità, intenzione persino all’interno dello stesso pezzo; le melodie che ti girano intorno facendo finta di niente. E ora la copertina di Train On The Island che dice “io vi guardo, ma voi non potete vedermi sotto questa macchia azzurra”. Sorge spontanea una domanda: tutto naturale o c’è dello studio? Una risposta la dà l’ascolto dell’album, peraltro già apprezzatissimo un po’ ovunque.
Train On The Island parte bene…
Seguendo il punto di vista appena esposto siamo al lavoro più emblematico di Hannah Sian Topp (vero nome della musicista) che da tempo ha trovato in Warren Ellis, già alla console per PJ Harvey, un perfetto pard sonico, capace di evocare pienezza con pochi elementi.
Si comincia bene con I Ate The Most, melodia astratta per un testo che sembra parlare di bulimia, e con One Stop, dove una frase insistita di piano lascia il posto a chitarra e batteria mentre il cantato prosegue la melodia slabbrandola. E c’è un verso geniale: “I met the real John Cale/ He had no words but I don’t mind”. Ancora notevole è la title track, esistenzialista e autoriale, con ritornello limpido e pedal steel cosmica.
…ma poi si perde un po’
Il seguito del programma propone diversi motivi d’interesse, anche se emerge un gusto a volte ridondante, a volte un po’ schizzato per il complicare le cose. È il caso delle situazioni cangianti di If Lady Does It, What Am i Gonna Do? o San Francisco che, addirittura, diventa un’altra canzone a metà strada abbandonando il bel piglio alt-country di partenza. Meglio funzionano i momenti meno elusivi e più mossi come Venus In The Zinnia, in duetto vocale con Huw Evans/ H. Hawkline, e soprattutto, la conclusiva Coats, finalmente ritmata, coinvolgente e sensuale.
Ritornando allo spunto iniziale si può dire che vi è sicuramente del fascino in questo disco, per quanto vi occhieggi qua e là una pericoloso filiazione che potremmo definire piacioneria intelligente. Ulteriori ascolti potrebbero migliorare la situazione? Mmmm, forse ci vorrà del tempo, oppure un nuovo disco, magari a viso scoperto.
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