Dal DIY alla firma per un’etichetta importante: il percorso che conduce Alex G a Headlights.
L’americano Alexander Giannascoli, in arte Alex G, potremmo considerarlo uno dei migliori rappresentanti della “Bandcamp Generation”, cioè quegli artisti che hanno beneficiato delle libertà auto-imprenditoriale offerta della nota piattaforma di streaming, per farsi notare e passare quindi ad una carriera sotto la protezione di una etichetta discografica. Ben quattro album pubblicati in maniera indipendente tra il 2011 e il 2012 hanno infatti dato vita ad una carriera che oggi arriva, con questo Headlights, al sesto capitolo ufficiale (e quindi decimo, comprendendo anche i 4 album di cui sopra).
Ma qui possiamo dire che si apre un nuovo capitolo, perché da Label importanti, ma comunque da sottobosco, come la Orchid Tapes o la Domino, si passa ad una major come la RCA, e in questi casi la domanda tipica del fan è sempre la stessa, chiedersi se questo abbia cambiato qualcosa nella sua qualità.
Cambia la squadra, almeno in parte
La risposta è implicitamente data dal fatto che Alex G non cambia squadra e le modalità di produzione rispetto al precedente album God Save the Animals (2022), confermando alla co-produzione Jacob Portrait, bassista della Unknown Mortal Orchestra, e suonando come suo solito praticamente tutti gli strumenti (sezione d’archi a parte), lasciando spazio alla sua storica band d’accompagnamento nei tour (Samuel Acchione, John Heywood e Tom Kelly) solo nell’ultima traccia (Logan Hotel), quasi a voler ribadire la piena continuità con la sua storia e il suo giro di amicizie e collaborazioni.
Headlights lascia Alex G nella sua comfort zone
In ogni caso il salto di qualità in termini di distribuzione, e la possibilità di lavorare in un vero studio di registrazione, non ha cambiato la ricetta tipica delle sue canzoni, sempre in bilico tra folk classico e un atteggiamento indie che guarda a Elliott Smith nello stile, e magari anche a personaggi meno noti che tanto hanno fatto per la scena indie di 20 anni fa come Langhorne Slim o M.Ward.
Manca forse nel menu un piatto atipico, un qualcosa che si discosti veramente dalla sua collaudata routine (oggi diremmo qualcosa che sia fuori dalla sua “comfort zone”), confermata anche negli abituali testi abbastanza onirici e visionari di brani come Oranges, Afterlife o June Guitar, quasi che, ora che ormai ha attirato l’attenzione, Alex G non vuole sbagliare e non si prende troppi rischi. Ne esce uno album discreto, con brani sicuramente accattivanti come Real Thing o Louisiana, ma che mi sa che ancora lo terrà un po’ nelle retrovie di una scena odierna molto affollata per impressionarsi troppo per questi brani.
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