Alison Cotton elabora il lutto in The Gods Laugh.
Recensendo su Tomtomrock un disco totalmente diverso da questo (Castle Park di Graham Coxon), Mauro Carosio si è soffermato su una specificità sonora tutta inglese, quella di evocare un tempo fuori dal tempo. Se per Coxon il punto di partenza sono gli anni ’60-’70 del secolo scorso rivisti con gli occhi del presente, per Alison Cotton si tratta invece di una meno definibile e più vasta epoca remotamente oscura. Di questa oscurità si dirà meglio più avanti.
Come nasce The Gods Laugh
The Gods Laugh è il quinto album della violista londinese che lo ha in gran parte scritto come elaborazione del lutto per la morte del padre Edwin. Questa elaborazione ha poi assunto i connotati di un (ri)esame del rapporto dell’artista con il divino ben espresso dal titolo del brano di chiusura, The Gods Laugh At Those Who Make Plans. E anche qui ci sarà un po’ da approfondire rispetto all’apparente durezza dell’affermazione.
Detto ciò, e considerando che siamo nell’ambito di un doom folk ricco di bordoni, spettrali cantati con o senza parole, e dove a un certo punto fa capolino un sinistro gracchiare di corvi, è chiaro che il contesto non risulta granché garrulo (affinità con Lankum, Bridget Hayden, Trystwch y Fenywod…). E si potrebbe paventare una irredimibile pensantezza programmatica, come accade ad esempio nella lunga e un po’ ferma What Were Those Words You Spoke To Me? Eppure…
Gli squarci di luce
Eppure ci sono momenti a loro modo luminosi (e anche ariosi) in The Gods Laugh. Sono proprio quelli che evocano i paesaggi di un’Inghilterra perduta e struggente, e dove appare sensato il parallelo con Graham Coxon o con un suadente album dimenticato quale From Gardens Where We Feel Secure di Virginia Astley. Chiaro che qui gli ambienti sono meno rassicuranti, per quanto molto evocativi: la casa di campagna vuota ma piena di presenze di The Night It Darkens All Around Me oppure i mari agitati di A Storm In Morwenstow. Poi ci sono i passaggi più delicati, malinconico-bucolici potremmo definirli, come The Final Harvest, Round The Red Cape e Sprigs Of Heather, unica vera ‘canzone’ del lavoro.
Alison e il divino
Si diceva in precedenza del riesame da parte di Cotton del proprio rapporto con il divino. Se ne parla nelle due tracce più ampie della raccolta. La prima è l’evocativa e fosca I Am!, su testo del poeta contadino John Clare (1793-1854), dove prevale un tormentato desiderio di pacificazione ed elevazione, “l’erba sotto di me, sopra la volta del cielo”. Quanto alla già citata The Gods Laugh At Those Who Make Plans, all’ascolto risulta assai più rassicurante, elegiaca persino, rispetto al titolo. Un finale ampio e avvolgente che sembra dire: sì, gli dei ridono di chi fa progetti, però vogliono bene a chi non li fa.
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