In Iconoclasts Anna von Hausswolff rende più comunicativa la sua aspra musica.
Anna von Hausswolff è una proposta impegnativa fin dal nome. Svedese di Gōteborg, fa musica dai tratti sovente sperimentali e sempre molto seri. Tanto per dire, ha intitolato Singing From The Grave la sua opera prima e in The Miraculous (2015) ha suonato un antico organo a canna accompagnata da un gruppo metal. Sfodera una voce potente e abbastanza duttile, cita come sua influenza Kate Bush e viene accostata a Diamanda Galas e Jarboe. Insomma, non si scherza mai.
Salutato da recensioni acclamanti, il sesto albuml Iconoclasts si propone come più comunicativo e accessibile rispetto ai precedenti. E anche aperto a una visione (abbastanza) rasserenata del mondo. Gli spunti d’interesse non mancano, a partire dallo strano jazz orchestrale di The Beast, mentre la voce entra in scena in Facing Atlas vibrando potente (persino troppo) fra suoni di vago celtismo.
Iconoclasts: un disco robusto
Già a questo punto il quadro è piuttosto chiaro e il resto del programma non offre sorprese. Brani ampi (molti fra i sette e gli otto minuti, ma si arriva anche a 11), strutturati in modo ineccepibile. dai toni robusti e con un certo (buon) gusto per il tocco a effetto. Un disco tutto d’un pezzo eppure in grado di evitare la monotonia con abili variazioni sul tema. Lo dimostrano il finalone rasserenante di The Iconoclast fra sassofono e voci sovrincise o la progessione tribal-spettrale-rumorista di The Mouth oppure ancora Stardust dove prevale l’elettronica e il canto sfodera guizzi teatrali.
La situazione finisce un po’ fuori controllo in Struggle With The Beast con la voce che arriva tardi ma richiede subio tutta l’attenzione gridando tantissimo e ingaggiando un duello senza quartiere con il clarinetto (la lotta con la bestia del titolo?). Un discorso simile si può fare per Rising Legends, strumentale bello pronto per un film con vichingi e drakkar.
I momenti migliori dell’album e l’ospite famoso
Tutto funziona bene invece in Unconditional Love, cantato insieme alla sorella Maria: il tono è sobriamente evocativo senza troppo sforzarsi di esserlo con un lento crescendo che fa pensare ai Lankum. Stesso discorso per uno dei rari momenti sommessi del lavoro, Aging Young Women, in duetto con un altro spirito inquieto quale Ethel Cain, e in cui trova spazio l’amato organo da chiesa.
Detto che in An Ocean Of Time è presente Abul Mogard, l’ospite più famoso lo propone The Whole Woman: un Iggy Pop rauco e sornione che all’inizio di The Whole Woman sembra cantare su qualcos’altro, mentre Anna, per adattarsi al contesto quasi rock, va dalle parti della povera Dolores O’Riordan.
Dunque Iconoclasts è un disco che, pur non puntando esplicitamente al mainstream, vuole allargare la platea degli ascoltatori di Von Hausswolff e lo fa con eccellente metodo però cercando troppo la dimensione evocativa piuttosto che la naturalezza dell’emozione. Insomma, musica da ammirare più che da vivere. Anche se gli squarci di luce nell’arte, e forse nella vita, di Anna non possono che far piacere.
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