Da Londra a Los Angeles, il cammino di Arlo Parks esita in My Soft Machine.
Sono passati soltanto due anni o poco più dalla pubblicazione di Collapsed in Sunbeams, LP di esordio, e la vita di Arlo Parks è cambiata non poco, come attesta il seguito, recentemente uscito e intitolato My Soft Machine (Beatnik, Transgressive). Ottimo successo di critica e pubblico, il primo album ha spalancato ad Arlo, al secolo Anaïs Oluwatoyin Estelle Marinho, molte possibilità. Ha aperto per pop stars internazionali come Harry Styles e Billie Eilish e si è trasferita dalla natìa Londra (Hammersmith, per la precisione) a Los Angeles.
Nuovi collaboratori per Anaïs Marinho
My Soft Machine è il frutto di questo cambiamento: se Arlo Parks continua ad apparire come co-compositrice, la felice collaborazione con Gianluca Buccellati è ormai storia, e si fanno largo altri nomi ad affiancarla. Baird, Romil Hemnani, Al Hugg, Ariel Rechtshaid, Buddy Ross, soprattutto Paul Epworth, noto per le produzioni di tanti musicisti di rilievo (Adele, Florence and the Machine, Rihanna, Bloc Party, Maxïmo Park), si alternano accanto a lei per un risultato che appiattisce molto la vocazione originaria ascoltata in Collapsed in Sunbeams. Soprattutto, a farne le spese è la vena inglese, a favore di suoni ben congegnati ma talmente anodini da poter essere usciti da qualunque geografia.
Un disco deludente
Beats leggeri, la voce gentile di Arlo, arrangiamenti vagamente soul-funk, il tutto shakerato bene per fare di My Soft Machine un disco da sottofondo per un cocktail party.
I testi sono ancora ricchi di annotazioni intime, vivaci, ma non bastano a rendere interessante un disco nel quale si fatica a trovare dei picchi (forse il singolo Puppy? Forse Pegasus con Phoebe Bridges?) e che non riesce ad andare oltre una vaga sensazione generalizzata di gradevolezza.
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