Love in Exile: la pakistana a New York Arooj Aftab in trio con Vjay Iyer e Shahzad Ismaily.
Il nome di Arooj Aftab, cantante pakistana di nascita ma residente a New York, ha cominciato a farsi conoscere grazie soprattutto al notevole suo terzo disco Vulture Prince, uscito nel 2021 profondamente influenzato nelle sue atmosfere malinconiche dalla morte del fratello. In quell’occasione si è fatta accompagnare da strumenti acustici quali arpa, violoncello, contrabbasso, eliminando le percussioni e riducendo la presenza dei sintetizzatori che avevano caratterizzato i primi due lavori. In questo Love in Exile, pubblicato dalla Verve,si presenta con il piano di Vjay Iyer e con i synth e il basso di Shahzad Ismaily. Il trio, dopo essersi esibito in concerto negli ultimi anni, si è ritrovato in studio registrando dal vivo le sei tracce del disco, riproponendo così il carattere di improvvisazione delle loro performance.
Per Love in Exile Arooj Aftab prende spunto dalla musica qawwali
Per i testi questa volta la Aftab si limita a cantare semplici distici della tradizione poetica in urdu che, ripetuti come un mantra con quasi impercettibili variazioni, contribuiscono a creare un clima emotivo assorto e di intensa spiritualità. Più che nei dischi precedenti si nota l’influenza della tradizione musicale del suo Paese e in particolare del canto qawwali. Certo manca la potenza ipnotica del canto di un Nusrat Fateh Ali Khan, anche perché l’approccio è molto diverso: quello della Aftab è un canto intimo e malinconico con approccio di stampo minimalista, aiutata in questo dalla straordinaria sintonia col tessuto sonoro costruito dai suoi due compagni di avventura.
Love in Exile brano per brano
To Remain/To Return si apre con dei synth gorgoglianti sui quali il piano entra timido; c’è un senso di incertezza e struggimento che accoglie dopo tre minuti il canto melodioso della Aftab che accentua il senso di dolore e di perdita. Tuttavia, la forza emotiva della canzone è tale che ormai siamo immersi e coinvolti in un’esperienza musicale che ci tocca profondamente. In Haseen Thi synth e piano creano una filigrana sonora sottilissima e fragile su cui la voce salmodia melodie incantate; il brano ha una sua tensione interna che impercettibilmente cresce durante i suoi dodici minuti. In Shadow Forces su un intreccio di bordoni e frasi del piano la voce della Aftab si inscurisce inquieta mentre Iyer si prende la scena con un lungo assolo dalle influenze jazz.
Sajni ci mostra nel modo più chiaro come funziona l’improvvisazione fra i tre musicisti: piano e basso si incontrano-scontrano incessantemente, mentre la voce si adatta ai paesaggi sonori strumentali. In Eyes of the Endless è il synth plumbeo di Ismaily a dare il tono al brano cui si adeguano brillantemente e in perfetta sintonia le brevi e sofferte frasi vocali ammantate di grigiore e le note sconsolate del piano. Il disco si chiude con Sharabi che accentua il carattere cupo e misterioso della musica; i synth creano un tappeto sonoro melmoso e aspro, la voce di Aftab si alza solitaria e profetica su uno spazio cosmico di infinita solitudine e desolazione, un ambient oscuro e pauroso che i rari sprazzi di luce del piano riescono soltanto a scalfire.
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