Allbarone è la svolta (quasi) bombastica di Baxter Dury.
Di sicuro le cose stanno diversamente, eppure ascoltando i dischi di Baxter Dury viene da pensare a uno che “dove lo metti sta”. Uno che fa scorrere le sue belle storie dissipate mentre intorno a lui si agitano produttori e strumentisti, cantanti e coristi. Tutti più o meno liberi di fare quel che gli pare. Era accaduto con l’elettronica minimalista di The Night Chancers o con i suoni un filino più elaborati di I Thought I Was Better Than You. Riaccade ora con il molto più pompato Allbarone, che prende il nome dalla catena britannica di locali fighi All Bar One.
La genesi di Allbarone
L’idea del disco non è nata davanti a un calice di Lucente Super Tuscany da 15 sterline, bensì nel più affollato contesto di Glastonbury 2024 dove galeotto fu il casuale incontro fra Dury e il produttore alla moda Paul Hepworth (Adele, Florence & The Machine, Coldplay, U2). Seguendo l’avventata teoria proposta all’inizio si può immaginare che Hepworth abbia detto: “Senti Baxter, i tuoi dischi sono niente male, però mi sembrano troppo sommessi. Che ne dici di una bella iniezione di energia? Se vuoi ci penso io”. E così è stato.
La cosa buffa è che i suoni supercarichi (ma non cafoni) di Hepworth, danno l’idea di viaggiare a una velocità diversa rispetto alle narrazioni di Dury, il quale però non si perde in mezzo alle onde, anzi le naviga con la saggezza di un veterano della musica e della vita (inclusa la pericolosa bohème londinese che papà Ian gli fece frequentare da bambino).
Le canzoni del disco
In apertura la title track definisce lo spirito dell’album: ritmica fra Kraftwerk e house, il parlato di Dury che si alterna alle strofe cantate dalla brava JGrrey e un io narrante che che narra di un amore tristemente finito e potrebbe farci farci simpatia non sembrasse anche un tipetto un filino ossessivo: “Answer the text, answer the phone/ Tell me if you’re coming to Allbarone (pronunciato “albaroni”).
In un disco comunque breve – nove tracce per 35 minuti – Hepworth evita il rischio della monotonia dancefloor con qualche passaggio dall’aria misteriosa (Schadefreunde) oppure minacciosa (il coro di Return Of The Sharp Heads), per poi ritornare al rassicurante quattro quarti disco (Alpha Dog). Dury, come detto, canta, recita, rappa, lascia molto spazio alla voce femminile, ogni tanto biascica alla Sleaford Mods (The Other Me) e ogni tanto ci mette una certa energia da rapper (Mockingjay). Quasi sempre la vita sentimentale lo trova sulla scala mobile sbagliata: “Saw you on an escalator going the wrong way/ Swallowed my pride, waved and waved” (Kubla Khan).
Si potrebbe dire che stavolta la mossa era artisticamente arrischiata e tuttavia Baxter Dury se l’è cavata benissimo. Magari, senza averne l’aria, è lui a controllare tutto alla perfezione.
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