My Days Of 58 è il disco più ‘privato’ di Bill Callahan.
Si può dire che My Days Of 58 è mobile-immobile come i luccicchii dell sole sull’acqua. E, al pari di quelli, può risultare incantatorio o fastidioso. Profondissimo oppure piatto. Catturara l’attenzione oppure imprigionarla. Oltre alle possibili opposizioni ci sono poi gli indiscutibili accostamenti: austero e rilassato, elegante e rurale, fascinoso e trasandato.
Una possibile modalità di ascolto per My Days Of 58
Con tutti questi segnali forse la cosa migliore è lasciarsi andare a un flusso sonoro costante eppure ricco di piccole variazioni, cogliere frammenti di testo che una bella dizione rende facilmente intelligibili. E, soprattutto, serve stare accanto a Bill Callahan mentre canta e racconta, assecondarne la dimensione per così dire amicale che qui è più vistosa che in passato (incluso quello a nome Smog). Con lui non si sta un po’ discosti per ammirazione, come capita con Leonard Cohen o Lou Reed, o per timore della loro stranezza, come nel caso di Micah P. Hinson o Bonnie “Prince” Billy, quattro artisti a cui il nostro è stato accostato. Con Bill Callahan si viaggia in auto in West Texas oppure si commenta l’invasività dell’intelligenza artificiale in Computer oppure lo si ascolta, con un po’ di imbarazzo, rivolgersi al padre scomparso (con cui il rapporto non dev’essere stato facile) in Empathy. E poi c’è l’autobiografica The Man I Used To Be dove, come rivelato in un’intervista ad Uncut, si parla di una triste scoperta diagnostica (il finale è comunque lieto).
La lezione di vita di Bill Callahan
Per quanto l’artista di Silver Spring, Maryland, possegga una cifra stilistica sempre e comunque riconoscibile – data dalla voce profonda e dall’andamento colloquiale delle melodie – l’esito di My Days Of 58 è abbastanza diverso rispetto al precedente lavoro di studio, Reality. Lì vi era un’alternanza fra pacatezza e conflittualità mentre qui prevale, come detto, un tono più unitario e da flusso di coscienza, da lavoro sull’interiorità. Verrebbe da dire che è un disco non facile che insegna qualcosa anche a chi ascolta, magari solo a non far finta di niente con se stessi. Pure questo non è facile.
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