I Black Lips di Season Of The Peach cambiano ma non troppo.
Chissà cosa pensa Donovan di questo giochino di parole sulla sua gloriosa Season Of The Witch. Probabilmente nulla, visto che il 79enne bardo scozzese sembra vivere in un mondo magico tutto suo (inclusa falce di luna sulla fronte). Oppure forse approva l’idea della strega trasformata in pesca come degna dei suoi anni giovanili un pochino psichedelici.
In effetti i Black Lips devono molto ai Sixties. A inizio carriera (l’album d’esordio è datato 2003) era evidente il loro debito verso il ruvido garage alla Nuggets. Poi i suoni si sono raffinati e il gioco dei riferimenti si è fatto più sofisticato e cangiante. Dal vivo la band di Atlanta si è sempre fatta apprezzare (e anche temere), mentre su disco correva il rischio, come ad esempio in Apocalypse Love, di limitarsi a un citazionismo agitato, divertente, ma poco sostanzioso.
Le novità di Season Of The Peach
La Season Of The Peach del titolo sembra rappresentare proprio un (parziale) cambio di stagione creativo che potrebbe avere a che fare con un cambio di locazione. L’album è stato infatti registrato nello studio Sound at Manor, di proprietà del batterista Oakley Munson, che si trova fra le Catskill Mountains, dunque in un contesto lontano dalla Georgia per clima e geografia, un luogo isolato che forse ha aiutato a focalizzare meglio le idee (nonché a sentire rimpianto per le pesche…). Significativa anche la scelta di registrare in analogico che ha dato esiti indiscutibilmente vividi.
In questi “40 minuti di odissea rock&roll” c’è, come in passato, della routine di ottimo livello in cui la psichedelia sembra prevalere su punk e garage, ma ci sono anche diversi momenti geniali in cui le fonti sono rielaborate con personalità.
La prima parte è davvero coinvolgente. Illusion Part Two è un quasi blues lento e oscuro che pensare ai Wednesday. Qui c’è il sax della carismatica Zumi Rosow, mentre in Zulu Saints spuntano a sorpresa le launeddas (!) di Carlo Spiga a creare una strana idea di folk-rock. Sx Sx Sx Men rende omaggio ai sempre amati Cramps avvolgendoli di un qualche mistero, mentre Wild One, morriconiana ma anche psych, s’incarica di mettere in evidenza quello che è uno dei motivi di maggior fascino del lavoro, ovvero il contrasto fra le vitalità delle musiche e il tono sovente plumbeo dei testi: “Open Your Eyes/ It’s another day in hell”.
Una tragedia country
Si prosegue poisu buoni livelli con i rilevanti guizzi sexy di Tippy Tongue e Prick e il piccolo capolavoro tra country e rockabilly rappresentato da Baptism In the Death House che sfocia nel gospel sbilenco Until We Meet Again. D’altronde è cantato da condannati a morte che si redimono nello spirito prima di salire sulla sedia elettrica.
L’odissea rock&roll si conclude con The Illusion Part 1 e non è una fine allegra: “And you reach for the sky/ And you wait for a sign/ But there’s nothing today / So you lay down and die”. D’altra parte i Black Lips sognano nel passato, ma vivono nel presente.
Be the first to leave a review.

