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Bob Dylan e la cassa del tesoro

A meno che Sua Bobbità non sia un Highlander, ipotesi tutt’altro che peregrina perché con lui non c’è da stupirsi mai di niente, l’anagrafe ci dice che si avvicina inesorabilmente, e non lo vorremmo mai, il giorno in cui, parole sue, andrà a trovare Elvis (1935-1977). Intanto, avverbio che per Bob Dylan vorremmo durasse per sempre, l’artista o chi per lui dal 1991 fa la cosa migliore: apre la sua cassa del suo tesoro e ne distribuisce i gioielli. Metafora che identifica i monumentali archivi gestiti dal Bob Dylan Center di Tulsa che raccolgono circa settant’anni di registrazioni e quant’altro (poster, biglietti, foto, programmi, taccuini, fogli, lettere eccetera) utile a far conoscere tutto quello che di lui non avreste mai osato chiedere, o anche soltanto immaginare che esistesse. 

Detto, fatto. Ecco quindi che negli ultimi venti mesi, per motivi diversi, il pluridecennale catalogo si è arricchito di due ponderose pubblicazioni antologiche di ventisette più otto dischetti. Risuona beffardo Oscar Wilde (1854-1900) secondo il quale ci sono due tragedie al mondo. Una è non ottenere quel che si vuole. L’altra, di gran lunga peggiore, è ottenerlo. Dylan, a dirglielo, riderebbe sotto i baffi.

Gli anni dell’Americana 

Il cantautore si era ritirato dalle scene nel luglio 1966 per metter su famiglia con Sara Lowndes, complice il misterioso e, per Edoardo Bennato, “falso incidente” in motocicletta (dalla canzone Un Giorno Credi). Da allora, fino al 1974, furono pochissime le esibizioni pubbliche tra cui, nel ’71, il Concerto per il Bangladesh organizzato al Madison Square Garden dall’amico George Harrison (1943-2001). Un solo set completo: quello del 31 agosto 1969 all’Isola di Wight con la Band dopo che, due settimane prima, Dylan aveva disertato il leggendario Festival di Woodstock a due passi da casa sua.

Nel 1967, sempre nei paraggi, cazzeggiando in maniera sublime suonando tutto quello che gli pareva insieme ai ragazzi della Band nella grande casa dalla facciata rosa chiamata Big Pink, Sua Bobbità aveva registrato poco più di sette ore di preziose bobine amatoriali fondando, di fatto, l’Americana. Cioè quella narrazione verace, senza tempo, tendenzialmente acustica e lontana dalle invitanti produzioni pop, la cui caratteristica è fare una “musica basata sulle tradizioni che fonde elementi di svariati stili americani” secondo la Americana Music Association. Un estratto con aggiustamenti e sovraincisioni, The Basement Tapes, a nome Bob Dylan & The Band, fu diffuso come doppio album nel 1975, mentre le registrazioni integrali attesero l’undicesimo volume delle Bootleg Series nel 2014.

Il ritorno con la Band

La tournée del ‘74 si svolse dal 3 gennaio al 21 febbraio: quaranta concerti in ventuno città americane. Non fu soltanto la celebrazione del sodalizio con Robbie Robertson (1943-2023) e compari. Si trattò piuttosto di riaffermare Dylan come figura centrale dell’universo rock che lui aveva cambiato, in quattordici mesi febbrili tra il 1964 e il ’66, pubblicando la “electric trilogy” (gli album Bringing It All Back Home, Highway 61 Revisited e il doppio Blonde On Blonde). Da allora quell’universo si era espanso, stravolto dai nuovi protagonisti del decennio: i Led Zeppelin, David Bowie (1947-2016), Elton John, i Pink Floyd, e via dicendo. 

In quei quarantanove giorni in giro per l’America, anticipando d’un anno e mezzo la Rolling Thunder Revue, Dylan, da sempre un pioniere, non soltanto ridefinì molti degli standard dei tour nei palasport come li conosciamo oggi, ma introdusse abitudini come quella, ripresa dalla foto in copertina al doppio album Before The Flood tratto da quelle esibizioni e pubblicato a giugno, dei romantici accendini accesi nel buio dei concerti. Dopo nove anni, nonostante la diaspora dei quattro di Liverpool, ritornava attuale il titolo che il Melody Maker, il 9 gennaio 1965, aveva sparato in prima pagina e che la Columbia aveva riprodotto nel retro copertina del singolo Subterranean Homesick Blues: “Beatles say – Dylan shows the way”. 

 

L’opera definitiva per quei concerti

Before The Flood, nel bene e nel male, fu la sintesi epocale del trionfo sul palcoscenico d’un artista che aveva scelto di reinventare le sue canzoni in versioni serrate più adatte ai tempi, oltre che riproporsi con un gruppo di musicisti amici che nel 1966, quando ancora si chiamavano The Hawks, avevano condiviso con lui i fischi per il passaggio dal suono acustico a quello elettrico vissuto come un tradimento dai puristi del folk. A quel tempo, con i loro primi due album (i leggendari Music From Big Pink, 1968, con un disegno di Dylan in copertina, e l’omonimo The Band, ’69), i cinque (oltre a Robertson: Rick Danko al basso, 1943-1999; Richard Manuel al pianoforte, 1943-1986; Garth Hudson all’organo e al sax, 1937-2025; Levon Helm, unico statunitense tra canadesi, alla batteria, 1940-2012) erano entrati di diritto nella storia della canzone popolare americana. Non a caso un’ampia parte di Before The Flood, come nei concerti, era dedicata alle sole esibizioni della Band il cui repertorio, peraltro, includeva diverse canzoni del cantautore. La Band lo aveva accompagnato anche nel precedente, notevole disco a suo nome, Planet Waves, pubblicato il 17 gennaio anch’esso per la Asylum di David Geffen in quella che, a conti fatti, fu una scappatella di Bob Dylan dalla matrigna Columbia Records per due di centoventicinque LP pubblicati in sessantacinque anni di carriera.

The 1974 Live Recordings non soltanto celebra i cinquant’anni da quella storica tournée, ma ne rappresenta l’opera definitiva. Non include tutti i concerti, ma i ventisette registrati professionalmente. Inoltre, essendo la pubblicazione necessaria a estendere oltre il mezzo secolo i diritti d’autore della Sony sul repertorio, la Band è presente solo quando suona con Dylan nelle 431 canzoni nei ventisette cd di cui, scartando quelle già in Before the Flood, 417 inedite. Non ci sono quindi, come nel doppio album, le canzoni suonate dalla sola Band.   

Se Before the Flood era una testimonianza selezionata di quel momento magico, The 1974 Live Recordings documenta in senso evolutivo gli stravolgimenti che gli arrangiamenti subirono strada facendo, pratica che Dylan non avrebbe più abbandonato e che diventerà croce e delizia dei suoi pazienti estimatori. L’umore è alto, con una frenesia festaiola e uno stile vocale aggressivo oltre che nervoso. Non è sempre piacevole questo Dylan talvolta alterato e sbrigativo, ma così è se vi pare. Da allora ripartirà il treno delle tournée che ad oggi gli attribuisce 4.464 concerti ufficiali dal 1961 a oggi di cui oltre tremila dal 1988. Il 1 maggio, Ad Abilene, nel Texas,si è conclusa la parte primaverile del Rough and Rowdy Ways World Wide Tour che è ripreso il 4 giugno a Troutdale, in Oregon.

Bob Dylan - The 1974 Live Recordings
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Il romanzo sonoro della formazione del mito

Il diciottesimo episodio della Bootleg Series, intitolato programmaticamente Through The Open Window, è invece una di quelle cose per le quali vale la pena vivere, vi direbbe il fan dylaniano medio e vi dico anche io. Il percorso tra registrazioni in serate nei club, in piccoli incontri informali, in appartamenti di amici e in jam session con musicisti che non ci sono più, tra cui 38 rarità assolute e 48 performance inedite nelle 139 canzoni, è quello d’un ragazzo che tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta giunge a New York dal natio Minnesota (“Sono stato ripreso e riportato a casa tutte le volte tranne una”: da Some Other Kind of Songs nelle note di copertina di Another Side of Bob Dylan, 1964). Il giovane Robert Allen Zimmerman, che nell’agosto ‘62 otterrà dalla Corte Suprema di New York di chiamarsi legalmente Bob Dylan (“Ti chiami come vuoi chiamarti. Questa è la terra della libertà” dirà in un’intervista del 2004 al giornalista Ed Bradley della CBS), vive la bohème del Greenwich Village, entra nel circuito dei folksingers e diviene presto l’erede moderno degli antichi cantastorie trascinato da tempi che stavano cambiando. 

Il magro ventiduenne dallo sguardo malinconico ma determinato in posa sulla copertina in jeans e camicia da lavoro, fotografato in bianco e nero nel 1963 da Sandy Speiser, uno dei fotografi storici della Columbia Records, rappresenta l’epilogo d’un processo di formazione che, tra le reliquie sonore del cofanetto, inizia con lo stesso Dylan quindicenne nel Terlinde Music Shop di Saint Paul, nel Minnesota, alla vigilia del Natale 1956. È lì con due amici, Larry Keegan e suo cugino Howard Rutman

Archeologia dylaniana

Il trio, che si fa chiamare Jokers, registra un nastro di prova di mezzo minuto che è anche la prima registrazione conosciuta di Sua Bobbità. L’adolescente Zimmerman canticchia al microfono e pigia i tasti d’un pianoforte, gli altri due fanno i cori. La canzone si chiama Let the Good Times Roll ed è il successo d’un duo di New Orleans, Shirley & Lee, che i tre ragazzi interpretano con un’energia rock’n’roll ispirata dagli ascolti di Little Richards. C’è una seconda versione, cantata dal diciassettenne futuro Bob Dylan con maggiore padronanza vocale, che nel cofanetto fa parte dei cosiddetti Bucklen Tapes, registrazioni amatoriali a casa dell’amico John Bucklen. Ci sono poi, proseguendo tra le rarità che per la prima volta si ascoltano in versione restaurata e filologicamente impeccabile, I Got a New Girl, 1959, una delle poche composizioni originali del giovane Zimmerman, e Jesus Christ, omaggio a Woody Guthrie dell’anno dopo: sono registrazioni effettuate al 2425 del 7th Avenue East di Hibbing, la città dove la famiglia Zimmerman si era trasferita quando Bob aveva sei anni da Duluth, dov’era nato. Dalla sua cameretta al secondo piano dell’abitazione, il ragazzo passava ore ad ascoltare le stazioni radio blues e country che trasmettevano da Shreveport, Louisiana, e da Little Rock, Arkansas, inseguendo il segnale che viaggiava lungo il Mississippi.

Al 1960 risale anche K.C. Moan, una jam session acustica con il chitarrista Danny Kalb a Madison, nel Wisconsin. Dell’anno dopo è invece Remember Me, registrata a casa degli amici Gleason poco dopo l’arrivo sulla East Coast. Al ‘61 risalgono anche le altre registrazioni rarissime del periodo pre Bob Dylan: Railroad on the Great Divide con la leggenda del revival folk Jim Kweskin al Gerde’s Folk City, una versione di prova di Man of Constant Sorrow molto diversa da quella inclusa nell’album del debutto, due preziose canzoni folk dalle prime sessions per la Columbia Records: Ramblin’ Round e He Was a Friend of Mine.

 

Bonnie Beecher ed Abe Zimmerman

Tra le registrazioni più significative e preziose di Through the Open Window ci sono quelle a casa di Bonnie Beecher a Minneapolis nel maggio 1961, più qualcuna della fine del ’60. Robert Zimmerman era iscritto alla facoltà di Liberal Arts (Lettere e Filosofia) dell’Università del Minnesota, ma non ci andava e aveva speso in dischi e sigarette i soldi ricevuti dai genitori per comprare i testi universitari. Bonnie era la sua fidanzata del periodo e gli sentì suonare e cantare per la prima volta le canzoni di Woody Guthrie, “il mio solo e unico idolo” (da Last Thoughts on Woody Guthrie, 1963), emblematiche del passaggio al folk. 

Nel maggio 1960 Bob smise di studiare dicendo al padre che voleva andare a New York per diventare un musicista professionista. Abe Zimmerman, che immaginava un futuro per il figlio nella Micka Electric Company, il negozio di elettrodomestici e di riparazioni elettriche di cui era socio con i fratelli della moglie, non fu contento. Lui, uomo d’ordine che aveva vissuto la Grande Depressione, non concepiva l’idea del figlio “vagabondo”, come lo definiva. Il patto tra i due fu che se Bob non fosse riuscito entro un anno a guadagnarsi da vivere, sarebbe tornato a casa per mettersi a lavorare sul serio.  

Padre e figlio ebbero un rapporto complesso. Abe fu impressionato quando Bob gli mostrò un assegno della Columbia il cui importo superava i guadagni d’un anno della Micka Electric Company, ma anche deluso quando cambiò il cognome. Bob lo giustificò per ragioni artistiche, ma Abe l’interpretò come un rifiuto dell’identità ebraica. Fu per rimediare che quando morì, nel 1968 a soli cinquantasei anni, Bob si presentò a Hibbing con la barba indossando lo yarmulke, il copricapo ebraico, e recitò il Kaddish, la preghiera per i defunti, approfondendo negli anni Settanta la sua conoscenza dell’ebraismo, di Israele e delle ragioni della comunità ebraica anche con errori di superficialità, poi riconosciuti, come l’apprezzamento, in un’intervista, al rabbino estremista Meheir Kahane. Nell’autobiografia Chronicles, Dylan ha scritto: “Mio padre era l’uomo più gentile del mondo. (…) Era un uomo di poche parole. Tutto ciò che aveva, se lo era guadagnato con il duro lavoro. Non ha mai chiesto niente che non fosse suo”

Il futuro che è passato

Lui e Bonnie si lasciarono poco tempo dopo le registrazioni. Bob si era già trasferito a New York. Lei sarebbe diventata un’attrice comparendo anche in Star Trek e avrebbe sposato Hugh Romney, meglio noto come Wavy Gravy, attivista per la pace tra i protagonisti del festival di Woodstock. I Minneapolis Party Tapes, come sarebbero passate alla storia le registrazioni a casa di Bonnie Beecher, sono fondamentali perché catturano la trasformazione del futuro Bob Dylan da interprete di canzoni popolari con l’orecchio al rock’n’roll ad artista folk originale. Di lì a poco ci sarebbero stati la convivenza con Suze Rotolo, l’incontro e poi il legame affettivo con Joan Baez, il colpo di fortuna, il 29 settembre 1961, della session alla Columbia con Carolyn Hester. Fu in quella circostanza che il leggendario produttore John Hammond, lo scopritore di Billie Holiday, Aretha Franklin, Leonard Cohen e tanti altri, lo notò suonare l’armonica e gli organizzò un’audizione personale. Al termine, lo mise sotto contratto. In Through the Open Window c’è I’ll Fly Away, una delle canzoni della Hester dove Dylan suona l’armonica.   

Il cofanetto numero 18 delle Bootleg Series comprende otto cd, gli ultimi dei quali con la registrazione completa e inedita dello storico concerto alla Carnegie Hall del 1963. C’è anche la versione ridotta a due cd o quattro LP. Ma vale per chi si accosta al mito, non per gli appassionati per i quali l’antico ragazzo, ormai ottantacinquenne (24 maggio), è da tempo uno di famiglia. Intanto il Bob Dylan contemporaneo fa immaginare che il 2026 sia l’anno buono per il quarantunesimo album in studio. Indiscrezioni riferiscono di sessioni di registrazione a Los Angeles nel 2023 e nel ’24, mentre la rivista specializzata Mojo ha ipotizzato che un intero disco di canzoni inedite sia pronto già da un anno. 

In alcuni concerti ad aprile l’artista ha accennato al pianoforte dei passaggi di canzoni che paiono non essere mai state udite prima, mentre si parla di alcune nuove che potrebbero far parte della scaletta dei concerti londinesi del prossimo autunno. Il classico del blues I Can Tell di Bo Diddley, 1962, e Nervous Breakdown, classico del rockabilly nonché del rock’n’roll primordiale inciso da Eddie Cochran nel 1958 ma pubblicato postumo, sono comparsi nelle scalette dei concerti il primo la scorsa estate, il secondo questa primavera. Mai suonati prima, potrebbero essere indizi per le sonorità del nuovo ipotetico album? L’unica certezza è che, con Bob Dylan, non si può essere sicuri mai di niente. Se l’età anagrafica non può essere, purtroppo, un’opinione, quella artistica mescola sapientemente presente, passato e futuro. Per l’autunno, secondo alcuni, potrebbe anche esserci il diciannovesimo appuntamento con le Bootleg Series. Il nuovo album, a quel punto, sarebbe verosimilmente spostato a metà 2027. 

Bob Dylan - Through The Open Window: The Bootleg Series n. 18
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Pietro Andrea Annicelli è nato il giorno in cui Paul McCartney, a San Francisco, fece ascoltare Sergeant Pepper’s ai Jefferson Airplane. S’interessa di storia del pop e del rock, ascolta buona musica, gli piacciono le cose curiose.

Di Pietro Andrea Annicelli

Pietro Andrea Annicelli è nato il giorno in cui Paul McCartney, a San Francisco, fece ascoltare Sergeant Pepper’s ai Jefferson Airplane. S’interessa di storia del pop e del rock, ascolta buona musica, gli piacciono le cose curiose.

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