Buck Meek è il lato a suo modo solare dei Big Thief. Ascoltare The Mirror per credere.
Si è sempre visto in Adrianne Lenker il motore creativo dei Big Thief e del loro indie-folk espanso e, ultimamente, sempre più vicino al rock. Forse per questa ragione non si è dato troppo peso alle sortite soliste del chitarrista della band, il texano Buck Meek (per la cronaca coniugato Lenker dal 2014 al 2018). Eppure The Mirror andrebbe considerato con attenzione, se non altro per la rara capacità di essere dolente e brioso, dissipato e vispo, primitivista e bene articolato. Mica una cosa da poco.
Tanti referenti per un disco comunque personale
Se da più parti vengono citati quali nomi di riferimento i maestri di spirito slacker Pavement e Dinosaur Jr, o il maestro di ogni cosa Neil Young, dal punto di vista dell’attitudine siamo sovente dalle parti di Jonathan Richman, dei Lemon Twigs o del dimenticato anti- folker Jeffrey Lewis. Lo spiegano il piglio vagamente stralunato delle esecuzioni e il modo in cui le melodie sembrano scaturire già complete dal nulla. Come se, in un mondo parallelo piu psichedelico del nostro, fossero state sempre lì in attesa di essere colte.
Lo ‘spirito’ di The Mirror
L’iniziale Gasoline mette subito tutto in chiaro: folk-pop fluido, voce svagata e intonata così così (poi ci si si abitua e pare persino normale) e parole d’amor visionario: “un milione di anni e io sarò un raggio di luce/ Solitario laser nel vuoto/ E forse anche lei sarà un fotone/ E ci attraverseremo dentro un quanto”
Il resto del programma prosegue sullo stesso registro facendo rilucere diverse gemme melodiche come Can I Mend It, Ring Of Fire o la finto-sgangherata God Only Knows (complimenti alla produzione dell’altro Big Thief James Krivchenia). C’è vitalità, c’è entusiasmo ma anche una malinconia sottesa, specie nella seconda parte della scaletta: “Quando incontrerò il mio creatore, quando la vita se ne andrà / Spero di trovare una linea telefonica/ Cosi potrò chiamarti solo per sentire la tua voce/ Solo per sentire la tua voce” (Déjà Vu). Insomma Buck Meek è l’amico profondo e un filino strano che alla fine ti fa stare bene.
Insieme al contemporaneo My Days Of 58 di Bill Callahan, The Mirror è un disco carico di umanità che evoca sentimenti e sensazioni comunque pacificanti a cui è utile ancorarsi mentre intorno soffia la paura.
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