Michelangelo Dying: l’aria del natio Galles giova a Cate Le Bon.
Nessuna parentela con il Simon dei Duran Duran, perché Le Bon è il (cog)nome d’arte di Cate Timothy, cantautrice, musicista e produttrice gallese. L’artista si divide tra i due lati dell’oceano atlantico per vari motivi, tra i quali l’attività non secondaria di produttrice. In passato ha lavorato con artisti eterogenei come Devendra Banhart, John Grant, Kurt Vile e, molto recentemente, i Wilco di Cousin. Come solista ha inciso sei album tra cui il notevole Reward (2019).
La sua musica è fortemente influenzata dal pop di qualità degli anni ‘80 e ‘90 e da certi suoni sintetici che dominarono i prodotti discografici di quegli anni. Per le session di Michelangelo Dying, Le Bon è tornata in Galles, a Cardiff, dopo un lungo soggiorno americano e alcune disavventure esistenziali che si colgono, a tratti, nei testi. Ci si immagina che la quiete e la familiarità dei luoghi abbiano agevolato la realizzazione di un disco straordinariamente coerente e ‘’quadrato”, posato su solidi pilastri musicali e compositivi. Brian Eno, David Bowie, David Sylvian, Kate Bush sono stati gli artisti più citati nelle varie recensioni e la presenza, in un brano della voce di John Cale (pure lui gallese), conferma il collocamento del disco in quella nobile area artistica.
Comunicatività ritrovata per Cate Le Bon
Mentre il precedente album, Pompeii, aveva destato qualche perplessità (almeno qui a TomTomRock) per una certa freddezza, bisogna ammettere che Michelangelo Dying si candida come uno dei migliori dischi dell’anno. Per la sua densità è difficile isolare i brani migliori, ma oltre a Ride, con la presenza magnetica di Cale, emergono l’apertura di Jerome e la bellissima Is It Worthy (Happy Birthday).
Le chitarre e tastiere di Cate Le Bon sono completate da un buon gruppo di affiatati sidemen, la percussionista Valentina Magaletti, il sassofonista Euan Hinshelwood, il co-tastierista Paul Jones e come co-produttore il musicista losangelino Samur Khouja.
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