Recensione: Cornershop – England Is a Garden
Ample Play Records – 2020

Recensione: Cornershop – England Is a Garden

Il ritorno dei Cornershop: da Brimful of Asha a England Is a Garden.

Recensione: Cornershop – England Is a Garden

Ample Play Records – 2020

Sono passati ben ventitré anni da quando Brimful of Asha, grazie anche al remix di Norman Cook, diede ai Cornershop fama e successo. Il loro mix di glam rock, musica di Bollywood, ritmi spensieratamente ballabili si rivelarono decisamente vincenti. Ma come spesso accade il rischio era quello di restare per sempre legati a una sola canzone, forse per questo si dedicarono per qualche tempo al parallelo progetto dance dei Clinton e le uscite degli album a nome del ”negozio all’angolo”, che nello stereotipo indica le botteghe gestite dagli asiatici, sono state soltanto nove in venticinque anni di attività. E ora eccoli tornati in piena forma con England Is a Garden, la loro opera più compatta e migliore. Anche questa uscita per la loro etichetta Ample Play e che vede il duo Tjinder Singh – Ben Ayres in forma smagliante.

Indie rock, politica ed esotismo, formula vincente

La formula ormai ben riconoscibile dell’indie rock dei Cornershop rimane salda, ma qui c’è l’utilizzo di una vasta gamma di strumenti che comprendono gli archi e i fiati, un’elettronica dal suono vintage, oltre naturalmente a strumenti tradizionali indiani come il sitar e le tabla. Ci sarebbe il rischio di cadere in un eccessivo barocchismo sonoro o in un suono fin troppo enfatico, invece gli arrangiamenti sono molto misurati ed equilibrati, mantenendo al contempo quell’aria sbarazzina, divertita e sgangherata di un rock’n’roll che sprigiona felicità anarchica e gioia creativa. Ma come sempre i Cornershop non abbandonano i temi politici, la polemica contro razzismo e nazionalismo. Famosi i loro attacchi a Morrissey, le prese di posizione contro la Brexit per mostrarci che sotto l’apparente giardino ci sta anche del marcio.

La voce di Tjinder Singh guida i Cornershop di England Is a Garden

Tjinder Singh cantante, chitarra e compositore, di origine indiana dona alla musica dei Cornershop quel tocco di esotico e lussureggiante che la rende unica, dimostrando come le contaminazioni culturali siano un’ottima linfa per rivitalizzare anche la scena pop. Già l’iniziale e scoppiettante St. Marie Under Canon conquista con una ritmica martellante, organo fiammeggiante e tanta voglia di ballare.

 

Così come accade con altri brani come il glam scatenato di I’m a Wooden Soldier o in No Rock Save In Roll che riecheggia il riff di Brown Sugar. Altre tracce hanno un suono  meno sferragliante come la stralunata e lisergica Slingsho. Qui la voce è alterata dall’uso del megafono o nella bellissima Highly Amplified dall’ andamento ipnotico e suggestivo con flauto e violini a creare atmosfere sognanti e irreali dal sapore orientale.

Un disco che fa ricordare perché ci siamo innamorati del rock’n’roll

Chiude il tutto The Holy Name, lunga quasi nove minuti. Si ha l’impressione che la band sia scesa in strada fra il chiacchiericcio della gente per capitanare un bizzarro e gioioso corteo, viene in mente l’atmosfera circense di Sgt. Pepper’s. Album come questo England Is A Garden forse non aggiungono molto di nuovo a quanto già ascoltato, ma sono necessari perché servono a regalarci quella freschezza e quel senso di libertà e irriverenza che sono da sempre connaturati al rock’n’roll. Ci rendono più gradevoli e sopportabili le angustie del quotidiano e lo fanno con gusto e intelligenza. Allora non ci resta che alzare il volume dello stereo ed entrare nel negozio all’angolo odoroso del loro pop speziato.

Cornershop – England Is a Garden
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Ignazio Gulotta

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Nato nel 54 a Palermo, dal 73 vive a Pisa. Ha scritto di musica e libri per la rivista online Distorsioni, dedicandosi particolarmente alla world music, dopo aver lavorato nel cinema d’essai all’Atelier di Firenze adesso insegna lettere nella scuola media.

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