La discografia di Davide Tosches culmina nel nuovo Sulla Terra.
Non è certo uno che si inflaziona il piemontese Davide Tosches. Quattro dischi in quasi dodici anni, con già sei trascorsi dall’apparizione del penultimo (Luci Della Città Distante, 2014). E non sono passati senza lasciare tracce. Rispetto al disco precedente, pur molto bello, in Sulla Terra l’asticella si alza di molto e Tosches ci vola sopra lasciando anche un discreto margine di sicurezza. Fin troppo facile definire “canzoni d’amore” gli undici pezzi che compongono il disco. Ma è un “amore” inteso in senso molto lato: certo per una donna (la Diana del brano omonimo, o forse quella non identificabile Ragazza Che Piange?), ma non solo.
Canzoni e atmosfere
Davide Tosches abita in mezzo a un bosco sulle colline a nord-est di Torino e questo si sente chiaramente nelle canzoni di Sulla Terra. Questa compenetrazione con la natura che lo circonda è totale e totalizzante, fino a permeare i suoi stessi sentimenti. “E ora è la stessa forza della mia terra / a darmi parole che non ho mai avuto” canta in Stelle Nascoste. Quella stessa terra di cui, all’inizio di Le Notti Scure, mette in scena anche i rumori che risuonano nel silenzio di solitarie passeggiate. Immersione consapevole nella natura, rispetto di se stessi e ricerca dell’amore vanno, e devono andare, di pari passo: questo sembra suggerire un altro brano della stessa canzone: “Sono lampi che non ho tradito / quelle luci nella mia finestra / lontane nella nebbia del fiume / cercando la nostra casa”. Ma non si pensi a un idilliaco contesto bucolico dove la natura ci mette al riparo da contraddizioni e angosce: “Il mare … di acqua che non serve la mia sete … ora cambia la mia sete con il sale cambiando l’orizzonte del mio male” (La Terra Emersa).
Sulla Terra: un disco diverso rispetto ai precedenti di Davide Tosches
Musicalmente il disco segna uno stacco abbastanza deciso con il precedente. Luci Della Città Distante era caratterizzato da un impianto melodico relativamente uniforme e da una strumentazione abbastanza minimale, per quanto tutt’altro che privo di una sensibile raffinatezza negli arrangiamenti.
Qui siamo di fronte, a nostro modestissimo avviso, ad un prodotto più “pensato” e “costruito” – nel senso migliore del termine, sia chiaro -, nel quale Tosches (che pure suona piano, synth, chitarre e occasionalmente anche basso e batteria) si avvale anche di un vero e proprio combo e di archi – segnatamente il violino di Andrea Ruggiero – sapientemente arrangiati. Una menzione la meritano anche i cori di Laura Carè e Cosimo Morleo, presenza tanto assidua quanto raffinata e mai prevaricante. L’ultimo brano ha un titolo apparentemente ambiguo, Pioggia (Abbazia), ed è caratterizzato dal suono “ecclesiastico” dell’harmonium. In realtà ci pare che l’apparente ambiguità si dissolva nel suo testo, e segnatamente in un verso che ci sembra riassumere in se tutta la “poetica” – ma vorremmo quasi dire la Weltanschauung – di Tosches: “Saremo foglie che cadono lente / saremo amore dove non c’è niente”.
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