Divorce – Drive to GoldenhammerGravity Records / Capitol Records UK

Una nuova band da tenere d’occhio e un esordio di qualità: Divorce – Drive to Goldenhammer.

È un esordio sorprendente Drive to Goldenhammer dei Divorce che ricorda un po’ gli English Teacher di This Could Be Texas. Anche qui  abbiamo una voce femminile asscciata a sonorità che non hanno una classificazione vera e propria, ma centrifugano indie, pop, folk e rock alla maniera di Arcade Fire, Kate Bush o, se volete, Florence and The Machine. E dal vivo sembrano non deludere le aspettative: i più informati descrivono un’esperienza di ascolto simile a quattro band che suonano contemporaneamente. Peccato che il loro atteso e annunciato tour europeo abbia escluso l’Italia. A noi intanto non resta che goderci un album che farà molto parlare di sé durante quest’anno.

L’intreccio fra le voci

La forza di Drive to Goldhammer sta nell’evocazione di personaggi e delle loro relazioni in una città immaginaria. Un mondo dove testi e musiche viaggiano a braccetto prendendo spunto dal luogo di origine dei musicisti, le East Midlands. Drive to Goldenhammer è un disco felice di saltare tra generi, stili e stati d’animo, come una band a cui viene data una grande scatola di travestimenti e che rovista allegramente per trovare ciò che le si addice di più.

Quello che risalta è l’interazione perfettamente calibrata tra le voci di Felix Mackenzie-Barrow e Tiger Cohen-Towell. Connubio ben presente nel brano Antarctica che traccia la fine di una relazione facendo riferimento a un incidente accaduto mentre l’autore, in viaggio verso la casa dei suoi genitori nel Derbyshire, ha quasi investito un vitello neonato che si aggirava sulla strada.

Un pop emotivo

All My Freaks è un’immersione irriverente nelle correnti della celebrità musicale e del suo impatto sul comportamento dei musicisti con i suoi riferimenti alle moto d’acqua, mentre i sintetizzatori di Adam Peter Smith danno alla canzone una lucentezza pop. Hangman ha una maggiore profondità emotiva, Mackenzie-Barrow prende il comando in una canzone ispirata alla sua esperienza di lavoro nel settore dell’assistenza; il verso “I wanna lift you up”  ha potenzialmente un significato sia letterale che metaforico. La traccia più lunga con i suoi oltre cinque minuti, Pill (con Cohen-Towell alla voce principale), passa da glitch elettronici ad assoli di chitarra ed è al suo meglio quando arriva a una splendida coda per pianoforte.

Con violino, chitarra slide, pianoforte e un’apertura enigmatica (” Dove stai andando? / chiedi al mio cavallo”), la rustica Old Broken String usa diverse armonizzazioni per creare uno dei momenti più belli e suggestivi. Where Do You Go vede Cohen-Towell dimostrare una buona padronanza delle dinamiche interpretative, muovendosi tra istrionismo e moderazione. L’album si conclude con la semi-acustica ed  evocativa Mercy, impreziosita da synth smorzati e , ancora una volta, dall’arrangiamento vocale.

Divorce – Drive to Goldenhammer: un esordio che promette bene

Il fatto che Drive to Goldenhammer sia composto da canzoni che sfruttano al meglio il modo in cui le  voci si armonizzano e si sposano tra loro suggerisce che i Divorce riconoscono che questa è la loro più grande forza. Nel frattempo, si concedono lo spazio per sperimentare con vari gradi di riuscita. Ciò rende l’album non sempre musicalmente coeso ma promettente. Se riusciranno a trovare l’equilibrio tra la voglia di sperimentare e l’incanalarla in uno stile più mirato – riconoscendo che la moderazione è spesso la loro politica più forte – il prossimo album potrebbe rivelarsi di grande bellezza.

Divorce – Drive to Goldenhammer
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Si definisce "un alieno" perché ha capito che tutte le sue passioni sono poco redditizie, musica compresa. Ma, oltre a suonare in varie band, ne scrive da sempre. Dal 1996 saltuariamente sulla pagina "Spettacoli" del Corriere Romagna, passando per anni preziosi col Mucchio Selvaggio, la rivista Frastuoni e infine con The Soundcheck. Cuore indomito e appassionato, curioso e volubile. Per una Guinness in compagnia non dice mai di no.

Di Beppe Ardito

Si definisce "un alieno" perché ha capito che tutte le sue passioni sono poco redditizie, musica compresa. Ma, oltre a suonare in varie band, ne scrive da sempre. Dal 1996 saltuariamente sulla pagina "Spettacoli" del Corriere Romagna, passando per anni preziosi col Mucchio Selvaggio, la rivista Frastuoni e infine con The Soundcheck. Cuore indomito e appassionato, curioso e volubile. Per una Guinness in compagnia non dice mai di no.

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