Esera - Levia GraviaMateriali Sonori

Levia Gravia è l’opera prima d’inclassificabile bellezza degli Esera.

Esera… o’cchi’ssono codesti?

Io che son sempre il re dei prevenuti (oche che il Re-fuso per eccellenza) su proposte a me ignote di marca italica, son rimasto piacevolmente spiazzato e, con la mia scorza senile, ormai è sempre più dura che ciò accada…

Gli Esera sono Federico Barghini, Simone Bracci e, alla voce, Lorenzo Greco, nomi assolutamente nuovi eppure con una evidenze esperienza già maturata che si evince dall’ascolto, che qui ospitano Pierluigi Foschi alla batteria e percussioni e vengono ottimamente prodotti da Francesco Capanni.

I molti linguaggi musicali degli Esera

Album dal titolo, già detto da chi ne sa, ossimorico, dove la leggerezza e il suo contrario fungono da programmatica manifestazione di consapevolezza, Levia Gravia ha la bellezza dell’inclassificabile, nella più alta accezione del termine (abbiamo una lingua stupenda, piena di polisemie, peccato la si usi spesso solo per leccar); sfido chiunque si accingerà all’ascolto a definirne un genere canonico. Ci si trova semmai di fronte ad un frutto con qualche traccia di residui di acerbità ma già pienamente assaporabile, costruito con linguaggi musicali colti che spaziano dall’alt rock allo stoner ma mai in maniera plagiante chicchessia. ma anche a etniche reveranzialità, a suggestioni medio orientali da cercare negli odori dei suoni, a un uso delle parole di ricercata finezza semantica, con glorificazione del dialetto e qualche babelico stratagemma. Dunque questo lavoro è un must per tutte le orecchie curiose e sempre alla ricerca di un biglietto per destinazioni sconosciute.

Una parola, anzi più di una, per l’uso della voce che non cafoneggia mai nei momenti più duri e che si snoda sinuosa inerpicandosi in vocalizzi espressionisti che alle mie trombe d’Eustachio richiamano il mai dimenticato Jeff Buckley, con i dovuti distinguo e finanche qualche accenno ai Radiohead meno noti.

Levia Gravia: le canzoni

Le nove canzoni che scandiscono l’ascolto partono da la Cattedrale nel Deserto che porterebbe chiunque sulla via sbagliata con quei chitarroni post Soundgarden per cui uno potrebbe aspettarsi l’ennesima band da chitarre invisibili e invece già da Fame, secondo brano, il salto è enorme, un panorama completamente diverso nonostante gli occhi siano fissi sulla stessa immagine, post rock ma con i controcosi, erotismo senza happy ending . Cu Ti Lu Dissi è una cover della enorme Rosa Balistreri (studiate, studiate che poi interrogo) e porta a vette di congestione emozionale; Amarire, bella crasi per andare in crisi, agisce in sottrazione sonora per dare attenzione alle parole, poi il ritmo diventa mantrico con catarsi altalenanti, sarebbe piaciuto a Jung e a Raymond Chandler… Purificami, come il titolo lascia intendere, è una antiliturgia concentrica che trasporta verso sacri inferi; Kaleì omaggia in parte la terra d’origine di Stratos e pure qualcosa dei suoi noti sodali senza perdere un goccio di originalità; Ah, Ch’infelice Sempre deriva da un adattamento di una cantata di Vivaldi (non quello di Tomtomrock), altro giro nelle spire serpentine di questi suoni che calzano la voce di abiti di alta sartoria aurale; Male Muse è episodio dove l’ elettronica si fa rosario (si pensi quanto è cattolicamente mantrica la pratica…) quasi a provocar pulsioni finanche al bacino degli angeli, per arrivare al termine di questo viaggio al termine delle note con Outro, dove il recitato si incunea in un tappeto sonoro brillantemente oscuro, un buio oltre chissà quale siepe.

Ci vuol orecchio fino oggi per coglier, nel mare magnum delle band che cercano di emergere al di fuori dei circuiti in(trap)polanti delle programmazioni radiofoniche con proposte musicali fuori dagli schemi del Belpaese (che ormai ha più buchi dell’omonimo caseario), una band come gli Esera. E l’orecchio è quello di Giampiero Bigazzi, patron di Matson (per sta rima mi becco la scomunica) che grazie alla sua label da alle stampe questo notevole lavoro d’esordio.

Esera - Levia Gravia
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Collaboratore per testate storiche (Rockerilla, Rumore, Blow Up) è detestato dai musicisti che recensisce e dai critici che non sono d'accordo con lui e che, invece, i musicisti adorano.

Di Marcello Valeri

Collaboratore per testate storiche (Rockerilla, Rumore, Blow Up) è detestato dai musicisti che recensisce e dai critici che non sono d'accordo con lui e che, invece, i musicisti adorano.

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