Recensione: Flaming Lips – American Head
Bella Union Records - 2020

Recensione: Flaming Lips – American Head

I Flaming Lips fra psichedelia e power pop: American Head è l’occasione per parlarne.

Se, come spero, fra i vostri vizi privati ha un posto d’onore la psichedelia, di ogni tempo, grado latitudine – originale o neo poco importa – il nome dei Flaming Lips vi sarà ben familiare: ne riparliamo in occasione dell’uscita di American Head. Temo che lo sarà anzi fin troppo, giacché i nostri (la terza cosa che viene dell’Oklahoma) incarnano autorevolmente da anni la versione bizarre di questo glorioso e quant’altri mai poliedrico genere. Stravaganze sul palco, travestimenti e trucchi, stranezze assortite, titoli chilometrici di cui nessuno più neppure sorride, capriccetti musicali – sempre meno e più o meno sempre gli stessi dai tempi dei loro nonni musicali – sono il loro abile marchio di fabbrica.

Recensione: Flaming Lips – American Head

Bella Union Records – 2020

Si direbbe che, da una quindicina d’anni a questa parte, dei Flaming Lips non sia rimasto molto più di questo. Eppure, esordienti su disco nel 1986, Hurt it is, teso e chitarristico, sospeso fra acidità stralunate alla Syd Barrett, meditate ruvidità alla Combat Rock, echi velvettiani – mediati attraverso i ben più originali Jesus And The Mary Chain – e con in circolo qualche veleno punk anche più denso, che ne fa un trascurato punto di contatto con il grunge poco dopo venuto, resta ancora oggi, pur lontanissimo dalle evoluzioni successive, il loro parto più riuscito.

Una band a tratti eccellente

Non di meno, non si intende negare che il giocattolo di Wayne Coyne abbia prodotto “anche cose buone”. Le sonorità espanse di The Soft Bulletin (1999) intrecciate ad un gusto squisitamente power pop per melodie infallibili (la loro vera seconda natura), in un graduale abbandono delle chitarre a favore di una più soffice macchina musicale, si sono floydianamente andate dilatando, senza grande originalità ma con onesto decoro, fino a Yoshimi Battles The Pink Robots (2002) e At War With The Mystics (2006): suoni densi, morbidi e grumosi, non di rado assai suggestivi, e comunque ben degni di segnalarsi nell’universo della ‘psichedelia orchestrale’ come esempio in cui l’aggettivo ‘orchestrale’ venisse per una volta maneggiato con cura e buon gusto. Ecco, non saprei come dire, ma poteva bastare così.

Una svolta un po’ farsesca

Invece i nostri se ne sono inventate un po’ di tutti i colori, compreso un rifacimento di The Dark Side Of The Moon, dal titolo – da sbellicarsi, vero? –  The Flaming Lips And Stardeath And White Dwarfs With Henry Rollins And Peaches Doing The Dark Side Of The Moon (2009).  Chi scrive, con modestia s’intende, trova insopportabile anche Voltaire, quando eccede nello scherzo, figuriamoci i Flaming Lips. Non che i loro sforzi siano poi stati del tutto votati al male, con il loro astuto gusto pop, ma diciannove dischi in studio in ventiquattro anni sono decisamente troppi. Così pare a noi, ma non a loro evidentemente, perché questo 2020 ci regala la nuova uscita American Head. E siamo alle solite, con l’aggravante che ormai del loro contagioso power pop, non si dice della psichedelia, bella che fuggita, è rimasto a mala pena il pop.

Flaming Lips – American Head

I nostri, bene accorti, hanno chiaro che i tempi mal sopportano ascolti espansi e defatiganti e allora ripiegano cautamente sulla forma canzone. L’esordio di American Head, ad essere onesti, mi aveva illuso e con la morbida e velata malinconia di When You Return / When You Come Down e soprattutto di Watching The Lightbugs Glow mi è parso per un attimo (quasi) di trovarmi nel bel mezzo di 1st dei Bee-Gees (grande e immeritato complimento, sia chiaro). Se di Flowers Of Neptune 6 si facevano ancora apprezzare la stralunata delicatezza crimsoniana, sia pure un po’ saputa, e di Dinosaurs On The Mountain la freschezza melodica ed il brio, le dolenti note iniziano presto a farsi sentire e l’immancabile siparietto tossicologico (At The Movies On Quaaludes e Mother I’ve Taken LSD) dispensa senza pietà melensaggine al rallentatore.

Un disco melenso

Brother Eye è invece un bel pezzo, e la sua nervotica fragranza riscatta bene un eccesso di dolcezza, che pure si presente. Con You n Me Sellin’ Weed si torna a disperare e si rimpiangono gli Alan Parsons Project più melodiosi e meno sopportabili.

 

Mother Please Don’t Be Sad avrebbe potuto essere una grande canzone, se solo i nostri avessero avuto il coraggio di lasciarla essere quel che poteva, una toccante, beatlesiana ballata pianistica, senza sbandare fra orchestra e giochetti sonori di terz’ordine. Ma il peggio deve ancora venire; dopo un rinfrancante intermezzo strumentale, breve e lievemente percussivo (When We Die When We’re High), il diluvio. Con Assassins Of Youth, God And The Policeman e My Religion Is You, è un grondare di melassa e, si sa, si può uccidere dolcemente, ma di dolcezza si può soprattutto morire.

Davvero non si sa più cosa rimpiangere. Io ad esempio ho sperato a lungo di trovarmi nel bel mezzo del Tempo delle Mele, e che Mathieu mi rapisse con le sue cuffie gigantesche nel mondo di Richard Sanderson, ché la sofferenza era durata sin troppo, ma i sogni si sa svaniscono prima dell’alba e noi restiamo qui, con il ventesimo disco in studio dei Flaming Lips e, come diceva Guccini, “voglia di bestemmiare”.

Flaming Lips – American Head
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Enio Bruschi

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Ha iniziato ad ascoltare musica nel 1984. Clash, Sex Pistols, Who e Bowie fin da subito i grandi amori. Primo concerto visto: Eric Clapton, 5 novembre 1985, ed a seguire migliaia di ascolti: punk, post punk, glam, country rock, i pertugi più oscuri della psichedelia, i freddi meandri del krautrock e del gotico, la suggestione continua dell’american music. Spiccata e coltivata la propensione per l’estremo e finanche per l’informe, selettive e meditate le concessioni al progressive. L’altra metà del cuore è per i manoscritti, la musica antica e l’opera lirica. Tutt’altro che un critico musicale, arriva alla scrittura rock dalla saggistica filologica. Traduce Rimbaud.

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