Francesco Guccini - Note di Viaggio Capitolo 2
BMG - 2020

Recensione: Francesco Guccini, Mauro Pagani ed artisti vari – Note di Viaggio Capitolo 2. Non Vi Succederà Niente

Nuovo omaggio a Francesco Guccini: Note di Viaggio Capitolo 2.

Un ritorno alle canzoni di Francesco Guccini e, sia pur con il contagocce, un ritorno alla canzone per Guccini, dopo il silenzio creativo annunciato, e nei fatti mantenuto, che ha seguìto il congedo de L’Ultima Thule, elegante apologo e serena elegia sulla catasta degli anni e sul ghiaccio-nove della vecchiaia. Silenzio motivato in una intervista familiare alla figlia Teresa di pochi giorni fa con, al solito, argomenti assai poco discutibili: “Ho smesso di fare il cantautore anche perché non capivo più il modo di fare musica che c’è adesso, oltre al fatto che non mi venivano più canzoni”.  C’è quindi già di che accontentarsi, se in quest’autunno 2020 Note di Viaggio Capitolo 2: Non Vi Succederà Niente fa seguito, nemmeno a dirlo, a Note di Viaggio Capitolo 1: Venite Avanti… (2019).

Francesco Guccini - Note di Viaggio Capitolo 2

BMG – 2020

Calato il sipario sulla soglia estrema dell’esperienza, finita la musica, gli amici (che il nostro vuol credere tutti “sinceri”), invece che andarsene accorrono in frotte a celebrare il maestro ottuagenario. In entrambi i ‘capitoli’, arrangiati da Mauro Pagani e, se ne può star ben certi, diretti a distanza dal pavanese che pure pubblicamente si schermisce, sfilano dodici canzoni. Un inedito apre il primo e uno chiude il secondo disco. L’uno fatto di vibrazioni memoriali da un mondo intimo e remoto, l’altro affondato dentro il mare del contemporaneo. Fra queste poli opposti e congiunti, gli stessi di una carriera senza eguali, sfilano dodici fotografie dell’album perpetuo di Guccini, del costume e della musica del nostro Paese. Così descritta, sembra fin troppo semplice. Non fosse che gli esiti artistici di lavori del genere sono ardui da misurare perché, contrariamente al noto adagio di Totò, quasi mai la somma fa il totale. E allora non resta che soppesarle una ad una, queste cartoline spedite a Guccini, terrestre astronauta in orbita solitaria nell’eremo di Pavana.

Non tutto riesce nelle rivisitazioni di Francesco Guccini contenute in Note di Viaggio Capitolo 2

Si comincia con Dio È Morto, inevitabile. Canta Zucchero, e subito si comincia male, con una rozza mistura di country e gospel, tanto caciarona quanto atona di partecipazione.  Si migliora non quanto si vorrebbe con Fiorella Mannoia. Con la sua troppo liquida Signora Bovary, come non di rado le accade, stimola lo sbadiglio; canta e così trapassa, in una colata lavica lenta ed uguale, una delle più belle canzoni italiane di sempre. Va meglio con Autunno di Roberto Vecchioni ed Emma. Vecchioni, che sa il mestiere, canta benissimo, Emma no: interpreta troppo, esagera un po’ in intensità ma, novità apprezzata, non urla. Si ricade carponi con Vinicio Capossela e dispiace. Bellissimo il cullante arrangiamento di Pagani, ma Vedi Cara non è una canzone d’amore e Capossela cincischia, sussurra, e si perde in una ninna nanna di maniera. Gianna Nannini al confronto di chi la precede si impone quasi fosse Patti Smith: Quello che non… regge bene alla sua classica versione rock, cantata con classe e misura: forse con qualche chitarrone di troppo, ma forse non è colpa sua.

 

Jack Savoretti con Farewell svolge un compitino preciso ed anonimo. Sbagliarla troppo, così perfetta com’è nella sua aderenza fra testo e musica, era difficile; renderla una folk song insignificante, il rischio più insidioso. Savoretti centra entrambi gli obiettivi. Levante canterebbe assai bene con il suo timbro cristallino la bellissima Culodritto, se non ninnoleggiasse come una tata accanto alla culla; colpo d’ala inatteso con Mahmood, che rende l’atmosfera magica e sensuale di Luna Fortuna, canzone poco nota e ingrata, in forma di sinistra, notturna litania; bravissima e trasparente sarebbe stata Petra Magoni in Canzone di Notte N. 2, fosse stata appena un po’ meno scolastica ed asettica ed un po’ più convinta; convincente e sincero, per quanto poco originale, Ermal Meta nella sua Acque. Fabio Llacqua e Mauro Pagani non soccombono del tutto sotto il peso della Canzone Delle Domande Consuete, che galleggia in una atmosfera franta e sospesa. Chiude Guccini, con Migranti, e si ringrazia che ad ottanta anni suonati il maestro sappia ancora trovare spunti creativi nel dolore presente.

Però alla fine il giudizio non è negativo

Complessivamente meglio riuscito del Capitolo 1, insieme ad esso Capitolo 2 compone, motivo di interesse da non sottovalutare, un ‘canone d’autore’: eliminate come scorie di un tempo andato i risvolti intagliati nella politica e nell’ideologia – largamente minoritari e ampiamente sopravvalutati e fraintesi – si offre ai posteri in eredità un cantore doloroso di vita ed esperienza, ineguagliato esempio di intimismo esistenziale. Ma se nel Capitolo 1 la spuntavano (prevedibilmente) Carmen Consoli con la sua splendida, lieve e fremente Scirocco, ed imprevedibilmente Francesco Gabbani, che si districava solare nel groviglio astioso di Quattro Stracci, è nondimeno lecito dubitare che di questi due dischi debba restare granché. Se così sarà, e chi scrive crede che così sarà, non mancherà almeno il conforto di Natale a Pavana, memorabile ouverture e pascoliana evocazione di un mondo di morti attraverso l’acciarino magico del dialetto dei padri.

Francesco Guccini, Mauro Pagani ed artisti vari – Note di Viaggio Capitolo 2. Non Vi Succederà Niente
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Enio Bruschi

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Ha iniziato ad ascoltare musica nel 1984. Clash, Sex Pistols, Who e Bowie fin da subito i grandi amori. Primo concerto visto: Eric Clapton, 5 novembre 1985, ed a seguire migliaia di ascolti: punk, post punk, glam, country rock, i pertugi più oscuri della psichedelia, i freddi meandri del krautrock e del gotico, la suggestione continua dell’american music. Spiccata e coltivata la propensione per l’estremo e finanche per l’informe, selettive e meditate le concessioni al progressive. L’altra metà del cuore è per i manoscritti, la musica antica e l’opera lirica. Tutt’altro che un critico musicale, arriva alla scrittura rock dalla saggistica filologica. Traduce Rimbaud.

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