Venticinque anni di Gorillaz: The Mountain.
The Mountain esce a distanza di venticinque anni dall’album d’esordio omonimo dei Gorillaz, progetto “virtuale” ideato da Damon Albarn e Jamie Hewlett, ed è il nono disco della collezione: nemmeno lunga, non fosse per il piccolo particolare che l’infaticabile Albarn nel frattempo ha portato avanti tanti altri progetti, oltre a risuscitare i Blur. Venticinque anni però non sono pochi, sono almeno un cambio di generazione nel panorama della musica pop. Nel frattempo, oltre alla sopravvivenza e riesumazione di generi consolidati, quello che è successo di importante è l’ibridazione di suoni e culture; una tendenza rispetto alla quale i Gorillaz potrebbero essere considerati degli apripista. È interessante allora constatare come il nuovo disco sia anche, da molto tempo a questa parte, il più unitario.
Un disco che nasce in India
In parte questa maggiore unitarietà si deve all’origine del disco. I Gorillaz hanno dichiarato che la genesi di The Mountain è legata a una concatenazione di eventi personali e geografici che hanno progressivamente dato forma al progetto. Alla fine del 2022, Jamie Hewlett si è recato in India con la famiglia e, a causa di circostanze impreviste che li hanno costretti a prolungare il soggiorno a Jaipur, ha vissuto un’esperienza intensa che, anziché risultare traumatica, si è rivelata creativamente fertile. Proprio da lì è nata l’idea di tornare in India per realizzare il nuovo album dei Gorillaz sul posto.
Nel frattempo, hanno raccontato i due, le loro vite private sono state segnate dalla morte dei rispettivi padri, avvenuta a pochi giorni di distanza l’una dall’altra. Questa coincidenza temporale ha innescato una riflessione condivisa sul tempo, sulla perdita e sulla trasformazione. I Gorillaz hanno spiegato che The Mountain è nato così: come un disco attraversato dal tema della morte, ma concepito con l’intenzione di renderla meno spaventosa. Non un lavoro lugubre o elegiaco, bensì un tentativo di trasfigurare il lutto in energia vitale. Per questo vengono utilizzate le voci di artisti scomparsi con i quali il duo ha avuto relazioni in passato: Dennis Hopper, Bobby Womack, Trugoy dei De La Soul, Tony Allen, Proof, Mark E. Smith: in particolare per questi ultimi due l’esperimento è molto ben riuscito; il primo esplode nella parte centrale della già ascoltata The Manifesto, il secondo occupa il refrain di Delirium.
L’India non è stata per loro un semplice scenario esotico né un richiamo nostalgico agli anni Sessanta e alle suggestioni beatlesiane. Hanno sottolineato di essere consapevoli di quei precedenti, ma di non averli assunti come modello. Il loro rapporto con l’India è contemporaneo, situato nel presente. Albarn ha raccontato di un incontro quasi simbolico a Nuova Delhi, in un negozio di sitar privo di insegne, dove il proprietario condivideva con lui la stessa data di nascita. Un episodio che ha rafforzato la sensazione di una sorta di “chiamata” cosmica.
I Gorillaz di The Mountain restano saldamente pop
Tuttavia, e fortunatamente, The Mountain resta a pieno titolo un disco pop dei Gorillaz, che non indulge in misticismi new age. Però, dal punto di vista sonoro, l’album incorpora strumenti e musicisti indiani, che conferiscono all’insieme una omogeneità che mancava da molto tempo. La collaborazione con Asha Bhosle (in The Shadowy Light), star del canto e dello schermo, è stata descritta come un momento decisivo. I Gorillaz hanno raccontato di aver trascorso una giornata intera con lei a Mumbai, colpiti dalla sua disciplina e dalla sua volontà, a novantadue anni, di continuare a imparare. Questa attitudine è diventata per loro un modello: l’idea che la creatività non si arresti con l’età, ma si trasformi. Oltre a lei, Asha Bhosle e soprattutto Anoushka Shankar (la figlia di Ravi) contribuiscono a questa uniformità di ispirazione orientale che pervade il disco
Anche il titolo The Mountain è emerso durante una visita all’Amber Fort, nei pressi di Jaipur, dove la melodia di un musicista locale ha ispirato lo strumentale d’apertura, ma ricorda anche una montagna visitata durante un viaggio nella Cina occidentale.
Canzoni e collaborazioni
Se l’uscita di molte canzoni prima della data di pubblicazione dell’album faceva sospettare che i Gorillaz avessero già fatto sentire il meglio, l’ascolto complessivo di The Mountain riserva ancora molte soprese, a partire dall’esplosiva The Moon Cave, che diviene subito uno degli highlights. La partenza del disco è in effetti davvero incisiva, poiché comprende la bellissima collaborazione con gli Sparks (The Happy Dictator), l’altrettanto riuscita The God of Lying con gli Idles, e Orange County: uno dei momenti nei quali più si palesa il tema di fondo del disco, e dove Albarn duetta con la voce profonda di Kara Jackson, la giovane cantautrice che al tema della perdita ha dedicato uno dei brani più efficaci e strazianti di questi ultimi anni.
Con Johnny Marr a intrecciare la chitarra con il sitar di Anoushka Shankar e il rap sempre efficace di Black Thought, Damon Albarn firma la malinconica e bella The Empty Dream Machine. Marr e Shankar sono insieme anche in The Plastic Guru e, con maggiore efficacia, nella sognante The Sweet Prince.
La già citata Delirium vede Albarn dialogare con Mark E. Smith: la voce di quest’ultimo, scomparso nel 2018, proviene dalle sessioni di registrazione dell’album dei Gorillaz del 2010 Plastic Beach, in cui compariva nel brano Glitter Freeze. Damascus con Omar Souleyman e Yasiin Bey è un’esplosione levantina, già ascoltata e presentata nel concerto Together for Palestine di Brian Eno alla Wembley Arena di Londra, dove Bey ha anche recitato la traduzione inglese della Preghiera dell’Oppresso di Imam Muhammad b. Nāsir al-Darʿī.
Casablanca, con un quarto di Blur (Albarn ovviamente), e altrettanto di Smith (Marr) e Clash (Simonon) me la sarei immaginata più esplosiva, invece è un lento malinconico, bello, bowiano come capita al Damon di questi ultimi anni.
Chiude (tralasciando l’edizione Deluxe) The Sad God con Black Thought, Ajay Prasanna, Johnny Marr, Anoushka Shankar, dove il Dio triste si rivolge all’umanità su una melodia nostalgica: Vi ho dato vele bianche per raggiungere il sole, vi ho dato gli atomi e avete costruito una bomba, ora non c’è più nulla e me ne sono andato, niente più montagne, niente più canto, nessuna preghiera innalzata nello spazio, solo schermi rimasti per vedere il vostro volto.
Energico e malinconico, The Mountain è il disco più coeso (nonostante gli oltre 60 minuti) dei Gorillaz da molti anni a questa parte, nonché uno fra i loro migliori.
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