Quarto album per le HAIM e il loro pop multidirezionale.
È fin dal molto venduto esordio Days are Gone che le HAIM lasciano qualche dubbio. Sostanzialmente hanno sempre giocato a fare le cugine intelligenti di Taylor Swift (con cui hanno collaborato in alcune occasioni) suonando pop ma con tocchi indie e scrivendo canzoni lievi nei suoni ma perturbate nei testi (in particolare nel terzo album Women In Music, pt. 3). Tutto questo con il risultato di restare sempre a metà di tante strade senza mai davvero inziare i lavori per crearne una tutta loro.
I Quit parte bene con il call and response coinvolgente di Gone e con la sensuale All Over Me (“Quando ti voglio, ti voglio su di me”) . Non è male neppure la furba Relationships che si produce in una delle specialità delle tre sorelle Danielle (la leader), Alana ed Este, ovvero rifare gli anni ’80 radiofonici, stavolta aggiungendo un vago sentore hip hop.
Anche in questo disco le HAIM suonano a tratti risapute
Poi però molti momenti diventano ‘telefonati’, come si diceva una volta dei tiri senza fantasia chiaramente destinati alle braccia del portiere. Il discorso vale per Down To Be Wrong sin troppo swiftiana. per le ballatone Love You Right e The Farm (quest’ultima però con bell’intemezzo rurale), per il vago blues di Blood On The Street o, peggio di tutte, per Lucky Stars, che non si capisce dove voglia andare (di sicuro non sulle stelle). Anche la quotata Spinning suona come un esercizio in stile disco newyorkese fine anni ’70.
In I Quit ci sono comunque buone canzoni
Se il problema di molte parti di I Quit è è quello di muoversi di qua e di là un po’ a caso (per quanto sempre con una certa piacioneria tanto bn confezionata quanto generica), vanno anche citati quegli episodi, guarda caso i meno mainstream, che riescono a essere coinvolgenti senza troppo studiarci sopra, come la quasi folk Take me Back, che fa pensare a delle Horsegirl più lascive, la sinuosamente incalzante Million Years e il piccolo capolavoro Cry, struggente nella descrizione di uno stato d’animo a un passo dal crollo: “Sette ore e nessun dolore/ No, non fa paura, non è niente/ E sento che sto tenendo duro/ Poi racconto una storia e devo fare il tuo nome/ E mi sento travolgere”.
Forse alle HAIM servirebbe giusto un po’ di ‘travolgimento’ in più. Anche se augurarglielo non è carino.
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