Primo album per gli australiani HighSchool e il loro gothic rock giovanilista.
Lo confesso. Da ragazzo ero un appassionato del gothic rock. Furono i Cure dei primi album a farmi prendere questa direzione musicale. Con loro abbandonai la mania dei barocchismi progressive per scoprire un mondo di oscurità. Un’estensione del punk che accomunava band diventate di culto, dai Joy Division a Siouxsie & the Banshees fino ai Bauhaus e ai Sisters of Mercy. Questo genere ha sempre avuto un suo stile non solo nei suoni cupi e nei riverberi, ma anche nelle dissonanze musicali, nell’abbigliamento e nell’atteggiamento iconoclasta. La fascinazione per queste band é continuata fino al 2000 quando gente come Strokes, Interpol, The Killers ha ripreso le redini del genere ampliando e attualizzando il sound ed eliminando gli aspetti piú esteriori.
Gli HighSchool proseguono su questa strada e sono un duo australiano formato da Rory Trobbiani e Luke Scott. Sotto certi aspetti mi ricordano i Jesus and Mary Chain, capaci di creare melodie affascinanti sotto quintali di riverbero e chitarre semi distorte. Gli Highschool non avranno la zazzera dei fratelli Reid, ma li ricordano nell’approccio sul palco, con loro due davanti, una batteria rigorosamente elettronica e gli altri componenti anonimi a fare da sfondo.
Un disco che suona fresco e vitale pur nel solco di una tradizione consolidata
Questo album di debutto propone canzoni che suonano fresche per quanto imbevute della tradizione gothic. E la cosa più difficile, in questo periodo di revivalismo musicale estremo dove le band del passato si riappropriamo delle loro stesse glorie, è riuscire ad essere in qualche modo originali nella scrittura e nell’approccio. Ebbene gli Highschool sembrano esserci riusciti alla grande. Complice di questa riuscita la produzione di Ben Hiller, stimato collaboratore in studio dei Depeche Mode. . Un lavoro da professionista all’insegna della nitidezza sonora che ha dato chiarezza alle chitarre effettate con flanger di cui il disco è ricco.
Le atmosfere sono cupe eppure mai vittime della disperazione assoluta e sempre emotivamente coinvolgenti. I richiami agli Strokes sono notevoli soprattutto in Dipped con l’effetto voce preso in prestito (voci riverberate e sovraincise). Ma in generale le canzoni hanno una loro statura autonoma, malgrado i molti riferimenti post punk che potete trovarci.
Il video di 149 ci mostra come i due siano catchy, giovani e suonino meravigliosamente freschi. One Lucky Man ha quel basso rubato ai New Order ma riesce a farcelo dimenticare subito con un brano che parte a razzo ed ha un cambio di ritmo fino ad un finale carico di tastiere e chitarre. Qua e là si percepisce un uso dell’elettronica mai eccessivo per creare un tappeto di suoni che aggiunge fascino a brani come in Best and Fairest. Oppure splendidamente anni ’80 come nella conclusiva Colt.
Un esordio davvero notevole per gli Highschool che nel frattempo cominciamo a farsi conoscere suonando in tour con artisti del calibro di Sam Fender e Wunderhorse. Ma siamo convinti che li vedremo presto headliner. La sostanza e la cazzimma ci sono tutte, intanto godetevi queste canzoni.
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