For Love of Grace & the Hereafter un album senza fronzoli per gli Iceage.
La band post-punk danese Iceage torna a far parlare di sé dopo cinque lunghi anni con il nuovo album For Love of Grace and the Hereafter. Come suggerisce già il titolo, così poetico ed elaborato — che si sposa benissimo con la copertina creata dall’artista Elizabeth Peyton, la quale aveva già collaborato con il frontman Elias Bender Rønnenfelt nei suoi dischi solisti —, questo lavoro rappresenta il culmine di un percorso evolutivo compiuto da una band in costante ridefinizione del proprio suono.
Gli Iceage dagli inizi a oggi
Gli esordi risalgono al lontano 2011 con New Brigade, un’opera prima decisamente punkeggiante e rough around the edges, per poi accostarsi alle ballate in stile Nick Cave di Plowing Into the Field of Love (2014). La storia è poi proseguita con gli intensi Beyondless e Seek Shelter. Quest’ultima fatica in studio è tuttavia quella che definisce meglio l’identità degli Iceage, pur mantenendoli fermamente non conformi a un unico genere musicale. L’album è stato infatti registrato nella campagna svedese senza l’aiuto di grandi produttori e, a detta di Rønnenfelt l’intento era proprio quello di catturare il suono nella maniera più grezza possibile. Possiamo felicemente dire mission accomplished: la purezza e la schiettezza di un suono privo di eccessive post-produzioni è rinvigorente e invita l’ascoltatore a rallentare per godersi ogni traccia con la giusta intenzione.
I brani più significativi di For Love of Grace & the Hereafter
La traccia d’apertura, Ember, ha tutte le carte in regola per diventare una hit of the summer: con le sue chitarre ritmiche e catchy, accompagnate dalle consuete liriche romantiche e violente (“I love you in an ominous way / Are you willing to pay?”), rapisce subito inducendo a scoprire il resto. Una buona idea visto che l’intero album si mantiene altrettanto accattivante, spaziando da pezzi rockeggianti e distorti come The Weak (“Life is for the weak”) fino a No Fear, forse il momento più indie del disco. Quest’ultimo ci proietta in atmosfere nostalgiche e melodie sognanti, dove la voce di Rønnenfelt si fa meno sofferta e più distesa.
A chiudere l’album ci pensa True Blue, una traccia dalle atmosfere shoegaze in cui i ritmi rallentano naturalmente, lasciando la piacevole sensazione di un disco totalmente indovinato. Con questo sesto lavoro in studio, diretto e privo di fronzoli, la band compie un autentico step forward.
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