Indigo Sparke e una cupa Echo

Indigo Sparke si presenta sul web con una foto in bianco e nero, su di un letto sfatto, in compagnia di una chitarra. L’immagine, molto anni ’70, potrebbe essere uno scarto dal set di Tapestry di Carole King. Le similitudini però finiscono qui. La copertina di Echo, al contrario, ci mostra la cantautrice accecata dal sole, con alle spalle null’altro che un arido deserto, probabilmente australiano, visto che la nostra è originaria di Sydney.
Breve storia di Indigo Sparke
Le note biografiche raccontano dei genitori musicisti e del suo nome, un omaggio alla Mood Indigo di Duke Ellington. Nonostante ciò il jazz è rimasto lontano dal suo orizzonte artistico visto che Indigo ha deciso di scendere nella platea affollata delle cantautrici. Un EP come esordio (Nightbloom del 2016) poi una manciata di singoli, fino a questo primo album nato dalla sponsorizzazione di Adrienne Lenker, che lo produce. La collaborazione è dovuta al fatto che la cantautrice ha aperto alcuni concerti australiani dei Big Thief. Oltre a produrre, la Lenker collabora con voce e chitarra. C’è anche, ma appena percettibile, il contributo di pochi altri musicisti.
Echo: un disco senza fronzoli
L’album si regge sulla voce apparentemente eterea della cantautrice, una voce che modula spesso verso gli estremi della gamma e si staglia su di un semplice fingerpicking (così anche l’eco del titolo contribuisce fattivamente all’ambiente sonoro). La chitarra spesso è registrata in modo “sporco” conferendo alle canzoni l’aspetto talvolta più genuino che hanno certi demo. Per trovare similitudini, tolta la Lenker, il cui recente Songs And Instrumentals riecheggia qua e là, si possono citare Angel Olsen o, più in lontananza, la Tamara Lindeman (The Weather Station) di Loyalty. Per inquadrare l’album con le parole della stessa Sparke, “Echo è un’ode alla morte, al decadimento e al sentimento di appartenere a qualcosa di più grande”. Considerate l’avvertimento: qui non si balla!
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