Irmin Schmidt e la mente vola subito ai Can, ma…
Venuti a mancare gli altri membri della storica formazione e rimasto in vita il solo Malcolm Mooney, primo cantante poi sostituito da Damo Suzuki e, successivamente da altri membri della band sino al ritorno di Mooney nel canto del cigno Rite Time, Irmin Schmidt è da diverso tempo impegnato in un’opera di destrutturazione del concetto di suono prossima, in talune situazioni, alla sperimentazione di John Cage.
Ne consegue che chi si attende da questa sua nuova emissione un qualcosa che ricordi anche lontanamente il lavoro fatto con i Can si troverà assolutamente disorientato e perduto in una ambientazione sonora di astratta natura concettuale che, si badi, in realtà non è che il raggiungimento, dopo decadi, di una sottrazione del superfluo per addivenire all’essenziale. Ergo astenersi cercatori di malinconie.
Le due suite di Requiem
Suddiviso in due lunghe suite (anche se su Bandcamp si può rintracciare una bonus track più essenziale nella durata), Requiem si inerpica in territori, è il caso di dirlo, prossimi all’esistenza dell’artista che utilizzando la field music a lui più consona, ossia i suoni provenienti dalla sua residenza nella Francia del Sud, sporca con brevissimi stralci di piano preparato landscape a tratti statici come Empire di Andy Warhol e suggella con rumori dotti quadri sonori macchiati dal pianoforte con la tecnica di Jackson Pollock.
Appare ormai evidente la distanza che l’artista pone tra lui e il suo pubblico storicizzato, qui si è più dalle parti della musica concreta e si torna a quelle influenze di Karlheinz Stockhausen che gettarono i semi per l’indegnamente definito Krautrock e che sfiorarono, con scaltra guasconeria, anche il curriculum del nostro conterraneo Battiato.
Un lavoro che richiede attenzione se lo si vuol vivere come esperienza aurale o che può essere destinato ad un ascolto distratto se si vuol mettere la cenere delle nostre esistenze sotto un degno tappeto sonoro.
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