Trying Times, il convincente ritorno di James Blake
Nono album in studio per un personaggio che non ha bisogno di presentazioni. Dopo il discutibile episodio di un paio di anni fa (Bad Cameo in coppia con Lil Yatchy), James Blake si riprende un posto di prim’ordine in un ambito musicale da lui stesso, in gran parte, creato.
Il musicista, produttore e discografico britannico torna a muoversi nel territorio che conosce meglio, quello in cui elettronica, sperimentazione, post-dubset e altro ancora si intrecciano diventando un tutt’uno quasi indistinguibile. Melodie rarefatte, armonie delicate, atmosfere dilatate si affinano sempre di più creando un linguaggio peculiare che Blake ormai parla con naturalezza estrema.
Trying Times non cerca la sorpresa, ma piuttosto una tensione emotiva in cui i beat non dominano mai, pulsano in sottofondo spesso ridotti all’essenziale, mentre pianoforte, synth e manipolazioni vocali e orchestrali costruiscono la vera trama dell’album.
Dal punto di vista sonoro Trying Times si presenta come un ottimo riepilogo della carriera di James Blake. Echi delle atmosfere spettrali dei primi lavori si combinano piacevolmente con una maggiore chiarezza melodica e una produzione più calda. Un risultato notevole anche senza raggiungere la compattezza compositiva e l’impatto di Assume Form, che (per chi scrive) rimane il punto più alto della discografia di James Blake. Resta comunque un disco decisamente interessante che in qualche modo prova a guardare oltre facendo tesoro di un grande passato.
Le nuove canzoni
Nei tredici brani non mancano piacevoli sorprese pur se si resta in un contesto ben definito. Si parte con Walk Out Music, un brano d’atmosfera, quasi cinematografico, ottimo per entrare nello spirito dell’album. Si prosegue con Death Of Love che mostra invece un lato più oscuro e meno accogliente. Insieme sono un ottimo biglietto da visita. Rest Of Your Life è, probabilmente, uno dei momenti migliori: radiofonico, sostenuto da un bel ritmo e con una presa melodica più netta del solito. Bene anche I Had A Dream That She Took My Hand, eterea e onirica, e Make Something Up più tesa, ombrosa e coinvolgente. Doesn’t Just Happen (Ft. Dave) è una delle tracce più aperte dell’intero lavoro, tra voce cantata, intervento rap e melodia sostenuta dagli archi, ha l’aria di rivolgersi a un pubblico più ampio senza snaturare lo stile originario. Chiude Just A Little Higher semplice, ariosa, soffusa e fragile, un’ottima sintesi per un’opera solida che conferma la capacità di James Blake di sorprendere senza forzare.
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