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Il ritorno della prima cantautrice rock italiana: Jenny Sorrenti

Renato Marengo, giornalista e produttore discografico ideatore del Napule’s Power, il movimento artistico e musicale del pop napoletano degli anni Settanta, considera Jenny Sorrenti, cronologicamente, la prima cantautrice rock italiana. Nei dieci dischi da solista e con altri compreso il recente Néos Saint Just e iniziando dal trio, i Saint Just appunto, che lei fondò a diciotto anni con Tony Verde e Robert Fix dandogli il nome del rivoluzionario francese Louis Antoine de Saint-Just (1767-1794), Jenny ha rivelato una dimensione creativa autentica, cosmopolita e originale.

Se dovessimo considerare i suoi tre album migliori, cioè Saint Just nel 1973, Suspiro nel ‘76 che fu il suo esordio da solista, Com’è Grande Enfermidade nel 2004 che riattualizzò le cantigas spagnole dell’XI secolo declamanti i miracoli di Maria come cura per i dolori fisici e psichici, avremmo come filo rosso la passione per la ricerca vocale insieme a quella del senso: un’introspezione umile, quasi morale, nell’udibile e nella storia ancestrale, ma anche nelle libertà e nelle verità degli anni Settanta, arrivando a esprimere emozioni importanti.

Per riuscirci, Jenny Sorrenti ha dovuto lasciarsi alle spalle stereotipi e pregiudizi. Uno è l’essere sorella di Alan che fu capace d’un esordio abbagliante come Aria, 1972, traendo dall’immaginario ispirato dai dischi inglesi e americani che l’amico Umberto Telesco (1946-2003), fotografo del Napule’s Power e futuro primo marito di Jenny, portava a Napoli da Londra, l’energia per fare quello che Riccardo Bertoncelli, nel suo libro Pop Story dell’anno dopo, definì il primo album di pop italiano completamente riuscito. Alan Sorrenti, lo sanno tutti, dominò le hit parade tra il ‘77 e il 1980 fino a farsi male, finire nell’ombra (è un peccato che un disco bello come Sottacqua, 2003, sia stato ignorato) per tornare solo recentemente all’attenzione del pubblico.

Jenny, subito dopo il suo disco forse meno personale, il secondo del 1979 a cui diede il nome e nel quale non bastò un duetto con Francesco De Gregori a far volare la sua ricerca del senso, si eclissa. È l’epoca in cui i discografici, alla ricerca del ritorno commerciale immediato, condizionano le produzioni. Scansare proposte in conflitto con la sua integrità serve a consolidare la sua identità artistica.

Incontro al Petraio

Per oltre vent’anni lei smette di fare dischi. Viaggia, studia canto lirico e medievale per educare una voce già intensa e personale, ascolta tanta musica di autori rinomati e non, antica e contemporanea. Il risultato di questa ricerca dentro e fuori sé stessa, ispirata anche dal Medioevo fantastico di Jurgis Baltrušaitis (1903-1988), è il portale internet Celtica-Napoletana e il terzo, inatteso album solista del 2001: Medieval Zone.

Quel disco termina con una nuova versione di Suspiro (la canzone immaginifica che conclude anche l’album omonimo di venticinque anni prima) in cui ripropone l’originaria chitarra di Pino Daniele (1955-2015). Quando fu reclutato per Suspiro (l’album), Pino era un talentuoso ventenne che cercava di farsi strada e che in quel 1976 sarebbe diventato il bassista dei Napoli Centrale di James Senese. Jenny, a cui era sfuggito il chitarrista scelto per le registrazioni, si ricordò di lui che andava a suonare le canzoni dei Beatles alla fidanzata e futura prima moglie, Dorina Giangrande, dalle parti della casa dove viveva a Napoli con Umberto. Lo stesso Telesco, l’anno dopo, avrebbe realizzato la copertina di Terra Mia: il ragazzo che allunga la mano con un pugno di terra è un fratello di Pino che lavorava come garzone in un bar, fissato nell’atto di porgere il caffè.

Conobbi Jenny Sorrenti e Umberto Telesco telefonando al numero che compariva nel sito di Medieval Zone. Rispose Umberto e per almeno un’ora restammo a parlare di Alan e di Aria, di Tim Buckley (1947-1975) e di Demetrio Stratos (1945-1979), ma più di tutto del lavoro che Jenny aveva fatto sulle sue radici celtiche (i Sorrenti sono figli d’un napoletano e d’una ausiliaria gallese che la guerra aveva fatto incontrare in un campo di prigionia britannico in Tunisia: questo spiega i nomi inglesi dei figli benché Jenny sia, all’anagrafe, Gianna). Poi parlai con lei. Qualche mese dopo li andai a trovare al Petraio, zona di Napoli dove Umberto aveva il suo leggendario studio e il prezioso archivio, oggi introvabile, di fotografo rock internazionale (Patti Smith ne sa qualcosa).

Li rividi a un concerto di Jenny a Lucera poco prima che Umberto morisse. Negli anni seguenti la rincontrai. A Polignano, la città di Domenico Modugno (1928-1994), lei si esibì in una strepitosa versione con vocalizzi di Nel Blu Dipinto di Blu accompagnata al basso tuba da Marcello Vento (1949-2013), eccellente pluristrumentista ma soprattutto percussionista geniale diventato il suo secondo marito. Un’altra volta presentai un loro showcase alla Feltrinelli di Bari. In Burattina, quinto album solista di Jenny del 2009, scrissi una nota interna alla copertina.

Le molte anime d’una artista inquieta

La ricerca inaugurata con Medieval Zone trova la sua massima espressione in Com’è Grande Enfermidade, album raffinato che raccoglie versi e musiche del Mediterraneo esplorando il malessere esistenziale e psichico in chiave metaforica per sottintendere la follia del mondo contemporaneo. Jenny canta in lingue antiche e moderne ispirata dalle sue eroine adolescenziali, Sandy Denny e Joni Mitchell. Gli arrangiamenti ora ricchi e piacevolmente chiassosi, ora eterei ed essenziali, risentono della grande sensibilità di Vento, sperimentatore di suoni e costruttore ingegnoso di strumenti tra cui l’autoironico “ventolo” ispirato al brasiliano berimbau, la cui ideazione il musicista raccontava nei concerti con esilarante pronuncia da romanaccio facendo divertire tutti quando diceva che la cassa di risonanza in metallo era … una pentola per la pasta. Lo si può ascoltare, il ventolo, sfumare gioioso Angelu dell’Ammuri, una delle composizioni più ammalianti di quello che, ad oggi, è forse il miglior disco di Jenny Sorrenti. È anche l’ultimo ad avere una copertina ricavata da una foto di Umberto Telesco, a cui il disco è dedicato.

Burattina mantiene ugualmente una qualità notevole, grazie anche agli arrangiamenti di Marcello oltre alla maturità espressiva della voce di Jenny, pur essendo meno originale. C’è qualcosa di teatrale con l’Orchestrina Malombra capitanata da Vento alla batteria e alle percussioni con Piero Viti alla chitarra, Vittorio Pepe al basso e Vincenzo Zenobio alla batteria. Jenny Sorrenti ricorre al vernacolo napoletano e, nella sciarada Nessuno è Più Forte di Chi Non Ha Nulla Più da Perdere, duetta con Enzo Gragnaniello. Ma una nuova svolta è alle porte. Jenny chiarisce sul suo sito internet: “Sono una persona sincera, e nella musica ho sempre sentito la necessità di tornare a comporre seguendo la mentalità della canzone informale, in grado di andare avanti trasformandosi in una suite, magari con finali che diventano inizi di nuove composizioni, fondendo il rock e il pop con altri stili”. L’idea è ricostituire i Saint Just con la stessa idea di nome passepartout attuata da Robert Fripp con i King Crimson, cioè facendo ruotare intorno alla propria figura i musicisti necessari a ottenere una certa idea del suono.

Jenny Sorrenti fotografata da Umberto Telesco

Il risultato è contraddittorio. L’album che ne scaturisce, Prog Explosion nel 2011 a nome Saint Just Again, alterna momenti di grande musica a lungaggini impeccabili nell’esecuzione, ma fredde emotivamente. Accanto a Jenny e a Marcello suonano Elio Cassarà alle chitarre, Vittorio Pepe che si dedica al basso, Ernesto Vitolo alle tastiere, ai sintetizzatori e al pianoforte. C’è un cameo di Francesco Di Giacomo (1947-2014), indimenticato cantante del Banco del Mutuo Soccorso. Alcuni momenti sembrano l’evoluzione di emozioni e temi toccati in Burattina. Si attende un seguito per calibrare il valore di questo ritorno in età matura a sensibilità vicine a quando lei dava forma, nei primi Saint Just, a una personale idea di musica generata al riparo della sua camera riversando, per dirla come l’amata Joni, il suo semplice dolore nelle corde della chitarra. Non arriverà mai.

La morte improvvisa di Marcello Vento, verosimilmente, scombina ogni piano. L’attività di Jenny diventa più irregolare. Con Alan, fin dal primo disco dei Saint Just, c’erano sempre stati dei momenti di collaborazione. Nel 2018 Prog Explosion e Altre Storie riedita su cd il disco di sette anni prima con l’aggiunta di quattro canzoni. Due, Sienteme e Vorrei Incontrarti, sono rifacimenti di Alan che le canta con Jenny che lo accompagna. Il Fiume Inondò, la composizione iniziale, è il rifacimento della stessa che quarantacinque anni prima, con i vocalizzi iniziali di Alan, iniziava anche il primo omonimo album dei Saint Just. Ma questa volta c’è solo Jenny alla voce. Inedita è la terza, pregevole canzone: E Poi d’Inverno (a Frida Kahlo).

 

 

La dimensione spirituale della musica

Il nome Saint Just, a indicare un’incessante attività di ricerca che assume inoltre il senso d’un naturale perfezionamento spirituale, ricorre anche nel titolo dell’ultimo album di Jenny Sorrenti con Tullio Angelini: Néos Saint Just. Angelini è un pluristrumentista, sperimentatore di suoni, organizzatore di concerti e produttore indipendente che si muove tra sonorità etniche e landscapes dell’elettronica con una visione d’avanguardia. È responsabile culturale del progetto All Frontiers sostenuto dall’Associazione More Music di Monfalcone. Sei anni fa organizzò il concerto “Jenny canta Nico”, di cui si parla per una prossima pubblicazione discografica che sarebbe anche la prima dal vivo per la Sorrenti (sarebbe bello se ci fossero anche delle registrazioni pubblicabili di quando lei si esibiva nei concerti avendo come band Pino Daniele, Enzo Avitabile e Rosario Jermano, oltre che con i musicisti del periodo di Com’è Grande Enfermidade).

Il nuovo album, oltre a rappresentare una mirabile evoluzione dell’espressività di Jenny, si presenta come la sintesi d’un percorso artistico dove Angelini, intelligentemente, si pone al servizio della vocalità da sirena spettrale della Sorrenti, per prendere in prestito un’espressione del giornalista musicale Beppe Riva, esaltata e messa al centro dell’udibile. Viene in mente, fatte le debite differenze, quel bellissimo disco di quattro anni fa, Promises, dove Floating Point, avvalendosi anche della London Symphony Orchestra, mandava a viaggiare nell’universo il sax ottuagenario di Pharoah Sanders (1940-2022). Non è la prima volta che Jenny Sorrenti si misura con sonorità eteree. Ma non era forse mai avvenuto che si verificasse per sottrazione di strumenti rispetto alla voce, resa, a seconda delle finalità espressive, narrazione, canto, puro suono. Nel lavoro di creazione dei paesaggi sonori di cui la voce è parte, si assiste così a una sospensione contemplativa che diventa liberazione dell’io interiore.

Ascoltando c’è ancora, secondo me, un istintivo rimando ed è a quel capolavoro dimenticato di serena malinconia minimalista che è Dialoghi del Presente, 1977, del compositore e musicista napoletano Luciano Cilio (1950-1983) il cui pianoforte, tra l’altro, rende grande Aria. Cilio voleva che l’avanguardia uscisse dall’autoreferenzialità per rendersi udibile dalla gente comune. Jenny Sorrenti e Tullio Angelini, poco importa se consapevolmente o meno, compiono la stessa operazione culturale. Nel caso di Jenny, non poteva non essere così per quella coerenza che è parte del suo linguaggio fin dall’inizio della sua attività artistica. Angelini ha il grande merito di aver preso in custodia quella coerenza e di averla restituita con ali nuove, moderne, adatte all’età della cantante ma soprattutto alla possibilità di rendere udibile e fruibile quello che ha da dire.

Il respiro internazionale rende necessario ricorrere all’inglese per esprimere le liriche interamente scritte dalla stessa Sorrenti tranne Sentire Davvero …, composizione dove la lingua italiana serve a fissare il senso comunicativo di Néos Saint Just che è nel verso: “Solo chi sente il dolore dell’altro /può sentire davvero”. Le sette composizioni, che procedono come un unicum di poco più di mezz’ora e come tali vanno ascoltate, sono tutte di Jenny e di Tullio tranne un paio a cui contribuisce Alessandro Pizzin, musicista veneto e produttore che del disco è il tecnico del suono, più un sample dalla composizione Love for Shale dei musicisti e compositori Sylvia Hallett e Clive Bell. Diversi gli interventi di musicisti che contribuiscono a delineare il suono voluto dagli autori: gli stessi Hallett e Bell, Robin Rimbaud conosciuto anche come Scanner e collaboratore di Michael Nyman e Laurie Anderson, Alieno deBootes che è poi lo stesso Pizzin, il pianista Roberto Scarpa, Kenny Wollesen che è stato batterista per Tom Waits e John Zorn. Si tratta di artisti abituati all’uso non convenzionale degli strumenti e al loro dialogo con sonorità d’ambiente.

Néos Saint Just è un disco importante in cui il suono risveglia la dimensione spirituale dell’ascolto. Sicuramente si avvicina ai lavori migliori di Jenny, anche se saranno necessari altri riscontri su questo percorso per poterne definire, nel tempo, l’esatto valore rispetto all’esperienza complessiva dell’artista. Sarebbe forse stato meglio se, su questi territori d’avanguardia, lei si fosse inoltrata già alcuni anni fa, tanto sono congeniali alla sua indole espressiva: a Tullio Angelini va un plauso per avercela condotta. Intanto vale la pena ascoltare e riascoltare questo album, capace di rivelare di volta in volta nuove sfumature e che ci auguriamo sia soltanto un primo atto verso la definitiva consacrazione di Jenny Sorrenti, come merita, tra le migliori cantanti italiane e internazionali.

Jenny Sorrenti e Tullio Angelini - Néos Saint Just
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Pietro Andrea Annicelli è nato il giorno in cui Paul McCartney, a San Francisco, fece ascoltare Sergeant Pepper’s ai Jefferson Airplane. S’interessa di storia del pop e del rock, ascolta buona musica, gli piacciono le cose curiose.

Di Pietro Andrea Annicelli

Pietro Andrea Annicelli è nato il giorno in cui Paul McCartney, a San Francisco, fece ascoltare Sergeant Pepper’s ai Jefferson Airplane. S’interessa di storia del pop e del rock, ascolta buona musica, gli piacciono le cose curiose.

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