Joe Henry – The Gospel According To Water
earMUSIC - 2019

Recensione: Joe Henry – The Gospel According To Water

Ritorno in sordina per Joe Henry.

Joe Henry – The Gospel According To Water

earMUSIC – 2019

Confesso che avevo perso un po’ le tracce di Joe Henry dai tempi, ormai piuttosto lontani, di Tiny Voices e di Civilians. Non certo per colpa sua, anche se non è mai stato particolarmente “prolifico”: in media un disco ogni due-tre anni. L’avevo ritrovato giusto tre anni fa, in compagnia di Billy Bragg, a cantare l’epopea delle ferrovie americane ai tempi dell’espansione verso ovest e della grande crisi (Shine A Light: Field Recordings From The Great American Railroad).

Un disco di voce e chitarre

E anche in questa ultima sua fatica ritrovo la raffinatezza del songwriter degno esponente di quella linea “spezzata” del cantautorato americano che unisce “punti” come Paul Simon, Randy Newman e Jackson Browne. Quella stessa raffinatezza che lo ha portato ad essere apprezzato arrangiatore e produttore di personaggi come Solomon Burke ed Elvis Costello. Rispetto ai dischi precedenti qui sembra però decisamente prevalere la cifra del minimalismo. In altre parole, si tratta di un disco che è fatto quasi essenzialmente da voce – quella tipica e leggermente nasale di Henry – e chitarra. O meglio, chitarre: oltre a quella dell’autore c’è l’acustica di John Smith e spesso i due strumenti dialogano in garbatissimi arpeggi e con sapiente uso del fingerpicking. Niente percussioni; solo un piano mai invasivo in alcuni pezzi come In Time For Tomorrow, in cui si ascolta anche il delicato  e gradevolissimo coro di Alison Russell.

Joe Henry accompagnato dal figlio su The Gospel According To Water

Comunque Henry non rinuncia completamente all’uso dei fiati che ha quasi sempre contraddistinto la sua musica, conferendole quell’atmosfera “lounge jazz” che tanta parte deve aver avuto nel suo “incontro” con Elvis Costello. Stavolta li affida al figlio Levon, che risponde con delicata classe in pezzi come Mule e soprattutto Orson Welles, dove il suono del sax tenore è quasi sussurrato. Siamo però abbastanza lontani dagli accenti jazz di molti dei dischi precedenti, segnatamente i già citati Tiny Voices e Civilians. Qui anche i fiati sembrano assumere un ruolo di contrappunto minimalista che conferma, anzi rafforza, la “delicatezza” dell’insieme.

Joe Henry: il percorso accidentato che conduce a The Gospel According To Water

Un’altra caratteristica dell’album è quella di annoverare diversi brani – quello eponimo, Orson Welles, The Fact Of Love, General Tzu Names The Planets For His Children – che presentano una struttura strofa/refrain. Come se Henry sentisse il bisogno di ribadire continuamente alcune sensazioni e idee di fondo, alcuni suoi stati d’animo; che sembrano improntati ad una sorta di malinconia tutto sommato non pessimistica e che sembra comunque voler rifuggire dalla tristezza.

 

Non vorremmo lasciarci andare ad una troppo facile psicologia da supermercato, ma è difficile non pensare che dietro a buona parte della cifra stilistica del disco  e alle sue stesse motivazioni ci siano le recenti vicende personali dell’autore. Colpito circa un anno fa da un tumore, Henry ne è uscito – speriamo per lui, definitivamente – non senza una profonda trasformazione interiore, che lo ha portato a fare un disco “semplice”, come lo sono in fondo i veri valori della vita. Un disco pervaso di delicata e “laica” spiritualità.

Joe Henry – The Gospel According To Water
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Renzo Nelli

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“Giovane” ultrasessantenne, ha ascoltato e ascolta un po' di tutto: dalla polifonia medievale all'heavy metal passando per molto jazz, col risultato di non intendersi di nulla! Ultimamente si dedica soprattutto alla scoperta di talenti relativamente misconosciuti.

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