Julian Cope - Self Civil War
Head Heritage - 2020

Recensione: Julian Cope – Self Civil War

Julian Cope e una Self Civil War da amare e/o odiare.

Julian Cope - Self Civil War

Head Heritage – 2020

Julian Cope è uno di quegli artisti che non ammette giudizi che non siano meno che manichei: o piace o non piace. Io, nei suoi confronti, passo da uno stato all’altro, a seconda che le sue produzioni attingano alla vena più pop psychedelica o che spazino in masturbatorie performance probabilmente figlie di passioni krautrock e assunzioni micotiche di varia origine e natura. Quindi Cope mi piace e non mi piace… Con l’avanzare dell’età ho una tendenza propria della senilità a evitare cose che mi scartavetrino gli attributi (atteggiamento all’ascolto che invece, in modalità ricerca del situazionismo, abbracciai negli anni giovanili) e cerco invece soddisfazioni prêt-à-porter. Insomma, musica non di consumo ma da consumare…

In Self Civil War tutti i temi cari sonori e sociali cari a Julian Cope

Accolgo quindi in maniera bifronte il nuovo opus Self Civil War, tredici passaggi suddivisi come ormai è consuetudine, in quattro fasi, dove l’ex Teardrop Explodes espone il suo manifesto contemporaneo infarcito di strali contro la civilizzazione (che ancora aspetto), citazioni norrene e residui lisergichi. Che residui però…

Voce e attitudine son senza età. Cope pare non risentire delle epoche che ha attraversato e ci cala con collaudata maestria nel suo mondo sonoro ed autorale dal quale, a tratti, è impossibile esimersi.

I brani di Self Civil War

La lista della mia consueta disamina è lunga e ciclotimica. That Ain’t No Way to Make a Million, con quell’harmonium ieratico, mi riporta subito ai fasti della Liverpool neopsichedelica, Non c’è niente da fare, è pop song contagiosa e, ovviamente, beatlesiana. Con A Cosmic Flash gli si concede grazia, è già chiaro il titolo: psichokraut come piace molto a lui, meno a me che detesto schitarrare solistiche e declamazioni morrissoniane; ma quando parte il mellotron son già schiavo.

You Will Be the Mist è il Cope cantautorale di Fried, scarna e aggressiva verso il finale; non è proprio la mia cup of tea. Invece mi incanto di fronte a The Great Raven, sixties e bucolica che mi accompagna alla successiva e velvettiana Berlin Facelift con buona predisposizione d’animo e di ascolto.

Immortal è un carillion delicato ma solo sino a un certo punto. Qualcuno potrebbe invece trovarla minacciosa come una melodia pagana, così come Einstein, un carme marziale progressivo indeciso tra la sperimentazione e il canone. Billy è il regalo Neu, essenziale e catchy, con il drumming in modalità motorik , da lì non si scappa.

Julian Cope freakkettone, motorik e doorsiano

A Dope on Drugs è freakkettona all’inverosimile già dal pleonastico titolo ma lui la canta credendoci e alla fine ci credo pure un po’ anche io. Tanto poi arriva Your Facebook, My Laptop, ovvero il Cope che preferisco, quello che attinge al suo fanciullo interiore per sfanculare le nostre pessime abitudini social…

Con Requiem for a Dead Horse tornano suggestioni Doorsiane mai sopite, una The End feretroequina, 11 minuti enciclopsichedelici prima della title track , altro frammento indispensabile glockenspiel che precede il gran finale di A Victory Dance, i Turtles in acido, gran sfoggio di birignao vocali e pippe chitarristiche a pro/fusione.

In attesa , come tutti gli inguaribili nostalgici, di un lavoro più concentrato e meno impegnativo per via della lunga durata non sempre agli stessi livelli, consiglio ovviamente l’ascolto anche senza goccine o altri additivi.

Julian Cope - Self Civil War
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Marcello Valeri

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Collaboratore per testate storiche (Rockerilla, Rumore, Blow Up) è detestato dai musicisti che recensisce e dai critici che non sono d'accordo con lui e che , invece, i musicisti adorano.

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