Kanye West bullizzato dai governi europei pubblica Bully.
Una quindicina di anni orsono una nuova uscita discografica di Kanye West avrebbe scosso il mercato: oggi Bully, pubblicato lo scorso marzo, passa abbastanza in sordina e del rapper-produttore americano si parla soprattutto per l’annullamento di molte delle sue apparizioni in Europa a seguito delle sua dichiarazioni negli ultimi anni (tacciate di neonazismo, antisemitismo ecc.), legate alla conclamata instabilità mentale.
Il caso più rilevante è quello del Regno Unito, dove le autorità hanno negato ufficialmente l’ingresso all’artista, con conseguente cancellazione del Wireless Festival 2026, di cui era headliner. A partire da questo episodio, si è innescata una reazione a catena in diversi paesi europei. In Polonia e in Svizzera, concerti già programmati sono stati annullati da organizzatori e istituzioni locali, mentre in Francia alcune date sono state rinviate o messe in discussione. L’effetto complessivo è una forte instabilità della tournée europea del 2026, con numerose cancellazioni e un clima di incertezza anche per le date ancora previste. Anche in Italia, dove è programmato un concerto estivo, si registrano polemiche e richieste di annullamento, segno di una contestazione diffusa che coinvolge ormai l’intero spazio europeo.
Cosa commentare? Che Kanye West non attiri simpatie è comprensibile, ma l’Europa dovrebbe pensare a rifarsi una verginità in modi più consoni e seri, lasciando perdere le (peraltro per lei consuete) cacce alle streghe.
Un disco dalla costruzione incerta
E veniamo allora a Bully. Il disco si colloca in continuità diretta con la fase successiva ai due capitoli di Vultures del 2024 (il secondo dei quali particolarmente infelice), segnati da critiche legate soprattutto al carattere incompiuto delle uscite. In questo contesto, Kanye West avvia un nuovo progetto solista che, almeno nelle intenzioni iniziali, avrebbe dovuto rappresentare una svolta più controllata e coerente. Tuttavia, fin dalle prime fasi, il lavoro si configura come un processo lungo, instabile e fortemente esposto al pubblico.
Alcuni materiali risalgono addirittura alle sessioni di Donda (2021), ma è tra il 2024 e il 2025 che l’album prende forma concreta. Dopo l’annuncio ufficiale nel settembre 2024, West inizia a diffondere anticipazioni attraverso social media e listening events, costruendo attorno al progetto un’attesa progressiva ma anche discontinua. Il momento più significativo di questa fase è la pubblicazione, nel marzo 2025, di diverse versioni preliminari del disco su X: si tratta di varianti ancora in lavorazione, con tracklist non definitive e soluzioni sonore provvisorie. Queste versioni sono riunite sotto l’etichetta Bully V1.
Successivamente, l’album continua infatti a evolversi attraverso una serie di revisioni che ne modificano profondamente l’assetto. Infine, dopo una prima uscita in formato fisico nel marzo 2026, l’album viene distribuito sulle piattaforme digitali con una tracklist differente, a distanza di poche ore da un listening party trasmesso in streaming e poi rapidamente rimosso. Numeri di questo genere Kanye West li aveva fatti ben prima di Bully, ma qui si sono raggiunti livelli preoccupanti.
Tra passato e presente
Dal punto di vista sonoro, Bully si colloca in una posizione ambivalente, oscillando tra recupero di soluzioni già sperimentate in passato e introduzione di tecnologie che ne modificano radicalmente l’impianto produttivo. Le composizioni tendono a svilupparsi su basi relativamente spoglie, spesso costruite attorno a campionamenti soul rielaborati, con un’estetica che privilegia la dimensione atmosferica rispetto alla densità ritmica, le melodie fortemente emotive e un impiego marcato dell’auto-tune.
Un elemento distintivo è il ricorso sistematico al sampling e all’interpolazione, che attinge a un repertorio ampio e trasversale: brani della tradizione soul e pop (come quelli di Sam Cooke e delle Supremes) vengono scomposti e reinseriti all’interno di nuovi contesti sonori, secondo una pratica che richiama direttamente la produzione più classica dell’artista.
Il tratto più rilevante, e al tempo stesso più controverso, è però rappresentato dall’impiego dell’intelligenza artificiale. Nelle versioni preliminari dell’album, una quota significativa delle parti vocali era realizzata attraverso deepfake, ovvero simulazioni digitali della voce dell’artista. In una fase successiva, Kanye West è intervenuto ri-registrando molte delle tracce vocali, ma la presenza dell’IA resta un elemento strutturale anche nella produzione, che peraltro allinea molti dei nomi consueti delle collaborazioni di questi ultimi anni , là dove il ‘vecchio’ Kanye era centrale in tutto il processo. Innovazione o mancanza di idee?
Le collaborazioni
Tra le collaborazioni più rilevanti emerge quella con Travis Scott, presente nel brano Father, scelto come singolo principale, che tuttavia non lascia il segno. Molto meglio quella con André Troutman, attivo anche come produttore, in All the Love. Accanto a questi, si segnalano interventi di CeeLo Green, Don Toliver e Peso Pluma, che contribuiscono a diversificare il registro vocale e stilistico del disco, pur senza alterarne l’impianto complessivo.
Alla fine, come per la gran parte delle uscite di Kanye West negli ultimi dieci anni, anche Bully riesce a procurare un ascolto gradevole. Ovvio che siamo lontani dai vertici di una volta, ma l’afflato melodico di 808s & Heartbreak a tratti emerge anche qui; e, in un panorama hip-hop non proprio entusiasmante qual è quello dei nostri giorni, basta a farci rimpiangere l’enorme talento sprecato negli eccessi e nella demenza. Pur avendo espresso un parere non negativo su episodi come Donda e il primo Vultures, non sono tornata spesso ad ascoltarli. Vedremo se Bully, che in fondo si colloca nello stesso range qualitativo, avrà nel tempo un esito migliore.
Be the first to leave a review.

