Kevin Morby - Little Wide OpenDead Oceans

La risposta di Kevin Morby alla povertà della scena musicale contemporanea si intitola Little Wide Open.

La situazione oggi è questa: i dischi non si vendono più, se non in poche costosissime versioni in vinile e gli ascolti degli streaming sono un indicatore del tutto inattendibile dell’attenzione e dell’amore che un’opera suscita, per cui alla domanda che ogni musicista oggi si pone su che senso abbia sbattersi troppo per pubblicare nuovi album fatti come si comanda, Kevin Morby risponde con questo splendido Little Wide Open, un album complesso che richiede attenzione e approfondimento, merce forse ancora non del tutto rara tra i suoi fans fortunatamente.

Da New York alla provincia

Prima di questo disco Morby aveva seminato già benissimo con sette album quasi sempre in crescendo, in cui si era fatto cantore urbano degno di poter, se non sostituire, almeno occupare lo spazio lasciato vuoto da Lou Reed come voce narrante della New York dei bassifondi. Nasce dallo stesso approccio letterario questa lunga e meravigliosa opera, tanto che a seguito del disco Morby ha pubblicato anche uno scritto che potete anche trovare sul sito della sua etichetta, intitolato Field Guide to the North American Troubadour. E già il titolo fa capire che qui ci spostiamo dalla città alla provincia, in una sorta di diario di viaggio che non teme le lungaggini oggi poco di moda nel mondo dello streaming, e soprattutto la verbosità da una parte, e anche la tendenza a ridurre al minimo gli arrangiamenti finendo quasi ad essere un album folk di vecchia concezione, obbligano ad un ascolto che definirei “dedicato e consapevole”.

La produzione e gli ospiti

La buona notizia è che però queste premesse non portano ad un disco di difficile fruizione, se non proprio tedioso, ma, anzi, qui tutto fila liscio anche sul piano dell’intrattenimento, perché tutto sembra essere al posto giusto, il suo racconto, gli interventi della azzeccatissima produzione di Adam Dressner dei National. Le tantissime ospitate di altri artisti (Bon Iver su tutti), che non invadono mai troppo il campo e non si prendono la scena. Difficile scegliere i momenti migliori, ma scuramente va citato lo straordinario dialogo con Lucinda Williams in Natural Disaster o la più immediata Javelin’, con la voce di Amelia Meath, uscita come singolo non a caso.

Una delle migliori opere di stile Americana

Ne esce il suo disco più radicale, forse davvero parente stretto dell’album The Ghosts of Highway 20 della già citata Lucinda Williams, che si muoveva su terreni molto simili, ma qui in più c’è che Morby non ha perso comunque la ruvidezza del suono di New York, ma semplicemente lo ha immerso in un ambito rurale, anche musicalmente, per cui spazio anche banjo, violini, e tutto l’armamentario d’ordinanza delle migliori opere di Americana. Qualcuno non troppo avvezzo a certi suoni potrebbe lamentarsi per lo spostamento, ma secondo me con Little Wide Open Kevin Morby firma il punto più alto della sua storia di autore.

Kevin Morby - Little Wide Open
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Scrive regolarmente di musica dal 1992 per varie testate e siti web di settore (Mucchio Selvaggio, Il Buscadero, Rootshighway, FilmTV). Nel 2009 il suo racconto La Pistola ha ottenuto la Menzione Speciale della Critica al Concorso Quaderni Rock del MEI. Nel 2010 ha pubblicato Rolling Vietnam – Radio-grafia di una guerra (Pacini Editore), nel 2017 il thriller Musical 80 (WLM).

Di Nicola Gervasini

Scrive regolarmente di musica dal 1992 per varie testate e siti web di settore (Mucchio Selvaggio, Il Buscadero, Rootshighway, FilmTV). Nel 2009 il suo racconto La Pistola ha ottenuto la Menzione Speciale della Critica al Concorso Quaderni Rock del MEI. Nel 2010 ha pubblicato Rolling Vietnam – Radio-grafia di una guerra (Pacini Editore), nel 2017 il thriller Musical 80 (WLM).

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