A distanza di due anni da The Collective, Kim Gordon pubblica Play Me.
I legami fra Play Me, nuovo disco di Kim Gordon, e il precedente The Collective, sono evidenti: la stessa inquietudine sonora, la stessa attenzione per le trasformazioni della vita contemporanea e la stessa inclinazione a rielaborare materiali musicali e linguaggi del presente. Alcuni elementi ritornano esplicitamente, come nel caso di ByeBye25, che riprende e rielabora il brano Bye Bye apparso sull’album del 2024, aggiornandone il contenuto con nuove parole e riferimenti legati al clima politico dell’ultimo anno. In questo senso Play Me appare come una variazione sul medesimo stato d’animo creativo: un lavoro che continua a esplorare l’energia irrequieta e frammentaria che caratterizza la produzione recente di Kim Gordon.
Justin Raisen elemento di continuità
Il disco è stato realizzato in collaborazione con il produttore Justin Raisen, con cui Gordon lavora ormai stabilmente da diversi anni. La registrazione si è svolta nello studio domestico dello stesso Raisen, ambiente che favorisce una lavorazione molto flessibile, basata su campionamenti, manipolazioni sonore e sovrapposizioni di tracce. Raisen interviene anche come musicista e programmatore: tra gli strumenti utilizzati figurano sampler Akai MPC, drum machine Roland 808 e 909, sintetizzatori analogici e bassi elettronici, oltre a varie chitarre e texture digitali.
Accanto al nucleo principale formato da Gordon e Raisen compaiono alcuni collaboratori: la cantante Ainjel Emme ai cori in un brano, il programmatore Sadpony su alcune sequenze elettroniche, e soprattutto Dave Grohl, che suona la batteria in Busy Bee. In quest’ultimo caso il brano include anche un campionamento di un dialogo televisivo degli anni Novanta tra Gordon e Julia Cafritz, registrato durante una puntata di MTV Beach House in cui le due musiciste apparivano insieme.
L’ibridazione sonora domina il disco
Dal punto di vista musicale, come si può immaginare, Play Me si distingue per una forte ibridazione di linguaggi sonori che privilegiano elettronica, hip-hop e texture industriali. Il materiale sonoro è costruito su bassi profondi, pattern ritmici frammentati e campionamenti manipolati, con una presenza costante di drum programming e sintetizzatori. Alcune tracce si avvicinano al trip-hop attraverso linee di basso lente e avvolgenti, mentre altre incorporano elementi trap o dub industriale.
In molti passaggi la voce di Gordon si muove tra parlato ritmico, declamazione e canto distorto, integrandosi con un tessuto sonoro spesso volutamente spigoloso. L’insieme produce un paesaggio musicale stratificato e discontinuo, in cui le distorsioni e le pulsazioni elettroniche sostituiscono quasi completamente il ruolo tradizionale della chitarra rock. I sucker punch you, canta in Square Jaw, e molti dei commenti già sentiti per The Collective, che si ripeteranno adesso, mostrano come questo sia stato l’effetto della svolta musicale dell’ex Sonic Youth su molti nostalgici.
I temi
Sul piano tematico, in Play Me Kim Gordon affronta in modo diretto numerosi aspetti della vita contemporanea, con particolare attenzione per il rapporto tra tecnologia, politica e società. Molti testi evocano il ruolo crescente delle piattaforme digitali, degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale nella definizione dell’esperienza quotidiana. Queste tematiche si intrecciano con un’altra dimensione ricorrente: la rappresentazione di uno stato mentale caratterizzato da sovraccarico informativo e tensione costante. I testi sono a loro volta frammenti di discorsi, punch lines più che sermoni sulla contemporaneità.
Kim Gordon e le sottili novità di Play Me
Con i suoi trenta minuti scarsi per dodici brevi canzoni, Play Me potrebbe sembrare solo un’appendice di The Collective, e dunque un’opera in tono minore per Kim Gordon. In effetti, manca un pezzo di immediato impatto qual era stato I’m The Man sul disco precedente. Però il disco è compatto e privo di punti deboli, presentando a ben sentire anche qualche novità, per esempio il trattamento della voce su brani come Black Out (breve ma molto bella) e Subcon. Oppure, all’inizio, la title track che gioca bene con il jazz-soul dei fiati.
Inoltre, nonostante la prevalenza dell’elettronica, l’album non rinuncia del tutto alla dimensione strumentale più tradizionale: è il caso di Girl With A Look e Not Today, dove la voce assume un registro più melodico e diretto rispetto al resto dell’album, conferendo un carattere emotivo esplicito, costituendo una pausa all’interno del flusso elettronico del disco, una parentesi in cui la componente chitarristica riemerge e dialoga con la produzione contemporanea chiudendo perfettamente il cerchio.
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