La svolta religiosa di M.I.A. si palesa nel nuovo M.I.7.
Con M.I.7, M.I.A. torna a pubblicare un nuovo lavoro a distanza di quattro anni dall’anonimo Mata (2022), segnando il suo settimo album in studio e inaugurando una nuova fase della sua produzione, affidata alla propria etichetta Ohmni Music.
L’album si distingue per un impianto costruito attorno al numero sette: sette brani, ciascuno scritto nell’arco di sette giorni e in sette luoghi diversi, distribuiti tra Africa, Asia, Europa, Oceania e Stati Uniti. Questo dispositivo compositivo conferisce al lavoro una dimensione quasi rituale, rafforzata dal ricorso a una simbologia esplicitamente biblica. Il riferimento principale è infatti l’Apocalisse di Giovanni (ultimo libro del Nuovo Testamento), da cui derivano sia l’architettura generale — ispirata ai sette sigilli e alle sette trombe: Trumpet, numerato da 1 a 7, si chiamano gli interludi introduttivi seminati nel disco — sia una parte significativa dell’immaginario lirico, e riflette la conversione dell’artista al cristianesimo, resa pubblica alcuni anni fa.
Il gospel sembra la scelta più ovvia
Sul piano musicale, M.I.7 si colloca prevalentemente nell’orbita di un gospel rivisitato alla luce del pop, dell’hip-hop e delle produzioni electro alle quali la musica di M.I.A. aveva guardato in passato. La madre dell’artista, Kala, interviene con un inno cristiano tamil nel brano Sacred Heart, mentre il Sunday Service Choir contribuisce a Jesus e Calling, rafforzando ulteriormente l’impronta devozionale del progetto.
Tra gli elementi più radicali del disco si segnala la traccia conclusiva, 30 Minutes of Silence, composta quasi interamente da silenzio per una durata prossima alla mezz’ora, rinviando a un passo dell’Apocalisse relativo al silenzio celeste dopo l’apertura del settimo sigillo. Dopo questa sospensione, una traccia nascosta, in realtà poco più di una filastrocca, chiude l’album.
Il problema di M.I.A. – M.I.7 non è la conversione
Le conversioni e i dischi di ispirazione religiosa non sono nuovi nel mondo pop; alcuni degli esiti in termini musicali sono anche stati ottimi. Non è purtroppo il caso di M.I.A. e del suo M.I.7., che genera molti dubbi sullo stato di saluto dell’artista, reso evidente dalla recente e brutale fine della partecipazione al tour di Kid Cudi. A confronto con un impianto così attentamente costruito, le canzoni sono spesso poco consistenti e risentono della crisi compositiva che sembra aver colpito l’artista britannica in questi ultimi anni. I tempi di Paper Planes, Jimmy e Bad Girls sono lontani. Qui Sacred Heart, Calling, Everything sono passabili e rendono il disco sufficiente, ma niente di più.
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