Mark Geary

Da Dublino a New York: Mark Geary – In The Time Of Locusts.

Irlandese di Dublino, Mark Geary ha lasciato la terra natìa più di vent’anni fa con in tasca un biglietto di sola andata per New York e un cuore pieno di speranze. La Grande Mela, sempre benevola verso gli irlandesi, che del resto la popolano abbondantemente  – basti pensare al NYPD Choir che canta Galway Bay nel refrain di Fairytale Of New York – lo ha accolto e ha coltivato amorevolmente un songwriting già più che promettente. E Mark si è lasciato adottare, pur ovviamente senza tradire le sue origini, tanto da produrre in poco più di vent’anni cinque album in studio e tre live, oltre alle colonne sonore di tre film.

Un disco nel quale trionfano le ballate

Adesso, a distanza di quasi sette anni dal precedente The Fool, con In The Time Of Locusts, Mark Geary sembra abbandonare quell’alternanza tra lente e dolci ballate e sonorità e ritmiche più soft rock che caratterizzava quest’ultimo e che lo inseriva più che degnamente in quel filone che annovera tra i portabandiera il suo connazionale, e amico, Glen Hansard per virare decisamente verso brani più intimi sia nei testi sia nella cifra musicale e negli arrangiamenti. La tendenza si annuncia più che chiaramente nell’iniziale The Forest, dolcissima e bucolica ballata quasi sussurrata su un intreccio di chitarra e piano.

Questa cifra iniziale si mantiene sostanzialmente anche nelle successive, ancorché più movimentate nel ritmo e grazie all’ingresso delle percussioni, The Drowning e Last Throw Of The Dice. In quest’ultima compare anche un implicito richiamo alle origini, con le tastiere che irrompono con un motivo che richiama abbastanza da vicino certi reel intonati da uillean pipes o thin whistle. Il registro dolcemente malinconico ritorna con le successive Blindfold, quasi sei minuti scanditi da un pianoforte “minimalista” e da una sorta di coro muto e Oh Suzanna (dove compaiono anche i fiati). Coward poggia su una deliziosa melodia sostenuta da un sofisticato arrangiamento e dove la voce di Geary nel refrain si cimenta con successo anche in una sorta di falsetto.

Mark Geary – In The Time Of Locusts: la tradizione americana fa capolino

In The Time Of Locusts prosegue fino alla fine su questa falsariga di dolce quanto raffinata semplicità che riveste testi intimi e tutt’altro che banali, in un’atmosfera che denuncia abbastanza chiaramente come l’irlandese Mark Geary abbia abbondantemente sciacquato i suoi panni nell’Hudson e che richiama nemmeno troppo alla lontana certi suoi illustri colleghi d’oltreoceano come John Prine e Joe Henry. Semplicità sottolineata indirettamente – e non sappiamo quanto consapevolmente – dai titoli degli undici brani, quasi sempre composti da una sola parola. Se in questo disco Geary sembra quasi voler mettere in secondo piano le sue origini, dal vivo – lo abbiamo visto recentemente a Livorno – esce fuori appieno l’irlandese un po’ “matto” e giocherellone, capace di tenere avvinta la platea con le sue doti di più che discreto chitarrista e di consumato performer. Ma questa è un’altra storia.

Mark Geary – In The Time Of Locusts
7,3 Voto Redattore
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“Giovane” ultrasessantenne, ha ascoltato e ascolta un po' di tutto: dalla polifonia medievale all'heavy metal passando per molto jazz, col risultato di non intendersi di nulla! Ultimamente si dedica soprattutto alla scoperta di talenti relativamente misconosciuti.

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