Esordio da solista per Martina Lupi: Dannate Salvatrici.
Dannate Salvatrici è il primo album a suo nome di Martina Lupi, voce e anima – insieme a Fabio Gagliardi – dei Tupa Ruja, del cui ultimo e bellissimo disco Contrast abbiamo già avuto modo di parlare qualche tempo fa in queste stesse pagine. Il “messaggio” del disco ci pare chiaro fin dal titolo: un inno alle donne, tanto tenute per secoli sotto il tallone della tirannia maschile e condannate alla dannazione quanto capaci di una ribellione piena di amore e tenerezza che le condurrà a rivestire finalmente il ruolo che le spetta.
Il mondo salvato dalle donne
Se per Elsa Morante il mondo sarebbe stato salvato dai ragazzini, per Martina Lupi le salvatrici del mondo saranno le donne. Esemplare in questo senso il brano di apertura che fin dal titolo, Fiamma, evoca sia i roghi nei quali sono state bruciate nel corso dei secoli sia il fuoco interiore che arde loro dentro e guida il loro anelito di riscatto: “Chiuse in ciechi labirinti e abbandonate / da ogni uomo condannate / a quel buio antico / eternamente / noi no, non credemmo allora / non crediamo ancora. / Fiamma / ora ti vedo in questa vita / e mi sussurri che non è finita”. Quasi a chiudere il cerchio il brano è riproposto due volte alla fine del disco, cantato sia in francese che in spagnolo, in una sorta di riaffermazione di quella koinè mediterranea evocata già chiaramente in Contrast e che proprio nelle donne sembra trovare una sua specificità.
Non si deve pensare a un grido di “femminista arrabbiata” e vendicativa: per Martina è possibile trovare la serenità nell’amore. Esemplare a questo proposito la malinconicamente dolcissima La Distanza: “La distanza è quell’idea di rivederti / che sogno ad occhi aperti / è volere un gesto semplice / camminare per mano / un tuo sguardo complice”.
La voce e gli arrangiamenti
Disco fatto soprattutto di parole, quasi tutte della stessa Martina Lupi con l’eccezione di una bella versione di Khorakhané di Fabrizio De Andrè e di una altrettanto bella di Pasarero, uscita dalla penna di Carlos Aguirre e nella quale l’arrangiamento e la bella voce dell’interprete riecheggiano a volte le atmosfere del fado: magari non tanto quello “classico” di Amalia Rodrigues quanto piuttosto quello rivisitato e “attualizzato” di Lula Pena e, soprattutto, Dulce Pontes.
Se il punto di forza del disco sembra risiedere al primo ascolto soprattutto nella “educatissima” voce di Martina Lupi e nel suo sapiente uso delle dinamiche, pur in una prevalenza del registro “acuto”, in realtà molto del suo “fascino” si deve alla raffinatezza degli arrangiamenti, raggiunta attraverso una strumentazione tanto scarna quanto funzionale ad accompagnare la voce dell’interprete, senza mai sovrapporsi ma anzi evidenziandola.
I musicisti che accompagnano Martina Lupi in Dannate Salvatrici
Esemplare in questo senso il pianismo di Alessandro Gwis, essenziale nel suo raffinato minimalismo che esibisce un tocco delicatissimo che ci ha ricordato quelli del compianto Renato Sellani e di Danilo Rea. E quanto a raffinatezza non si può certo tacere del violino di Michele Gazich, che tratteggia da par suo le tre versioni di Fiamma, Realtà Non È e Khorakhané, evitando tra l’altro in quest’ultima di cadere in facili suggestioni “gitane”. Assai funzionali anche il moderato ricorso all’elettronica e i “discreti” inserti di chitarra elettrica e di basso di Mattia Lotini. Un gioiellino da ascoltare con attenzione, magari in penombra, e ripetutamente: “prende” subito, ma poi riesce perfino a migliorare.
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