Mumford & Sons tentano la carta del ritorno alle origini con Rushmere.
Con Rushmere tornano, dopo sette anni, i Mumford & Sons, la band inglese che ha saputo trasformare l’attitudine roots-folk in un’esperienza catartica e collettiva. È un ritorno alle sonorità che avevano definito fin dall’inizio lo stile dei Mumford & Sons, ora con una formazione ridotta a trio. L’uscita di scena di Winston Marshall, in seguito alle polemiche sul suo sostegno al libro Unmasked di Andy Ngo (una denuncia del movimento di protesta Antifa), ha segnato questo ridimensionamento.
L’album rappresenta dunque un ritorno alle origini, con brani che, secondo Marcus Mumford, potrebbero essere suonati con una chitarra acustica attorno a un falò. Un’ulteriore conferma di questa impostazione è data dai numerosi attestati di affetto ricevuti da fan e amici durante la realizzazione del video di Rushmere, primo singolo dell’album. Il titolo stesso richiama un antico stagno nel Wimbledon Common di Londra, luogo caro alla band prima del successo.
La produzione di Dave Cobb
Per la produzione di Rushmere, i Mumford & Sons si sono affidati a Dave Cobb, noto per il suo lavoro con artisti della scena country e americana come Chris Stapleton, John Prine e Brandi Carlile. L’apertura del disco con Malibù non lascia dubbi: la band è tornata al proprio stile, con un brano che inizia in modo intimo e confidenziale, per poi esplodere in un crescendo di cori e desiderio di abbracci collettivi (forse quelli che sperano di ritrovare nei live?).
Le canzoni
Si prosegue con Caroline, pezzo perfetto da ascoltare lungo le highways americane, da una radio accesa in una Cadillac. Se è questo il suono tanto amato dai fan. tuttavia il risultato complessivo appare privo di mordente e di idee realmente nuove. Non che ballate acustiche come Monochrome o Where It Belongs siano da condannare, ma il loro effetto è poco incisivo, con il rischio di annoiare.
Si arriva quindi a Surrender, e sorge spontanea la domanda: “Non l’ho già sentita all’inizio del disco?” Solo Truth riesce davvero ad alzare il livello, mostrando che la band ha ancora la capacità di tirar fuori la cazzimma.
In definitiva, chi si aspettava di ritrovare i Mumford & Sons di Little Lion Man o I Will Wait non resterà deluso. Tuttavia, è chiaro che si tratta di una minestra riscaldata o, se preferite, del ritorno a una vecchia fiamma nella speranza di rivivere passioni passate che si rivelano illusorie. Un ritorno col freno a mano tirato: le potenzialità ci sono ancora, per carità, ma forse è giunto il momento di puntare a una maturazione più consapevole e innovativa per il futuro della band.
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