È un unicum nel panorama nazionale e non solo: Nero Kane – For The Love, The Death And The Poetry.
A distanza di due anni dal precedente Of Knowledge And Revelation torna Nero Kane con For The Love, The Death And The Poetry e con la sua proposta musicale per la quale sono state già “scomodate” ascendenze illustri ed etichette più o meno verosimili: Nick Cave, Johnny Cash, Swans, folk noir, desert rock e chi più ne ha più ne metta. In realtà si tratta, a mio modestissimo avviso, di un esercizio piuttosto sterile. La musica di Nero Kane costituisce un unicum nel panorama nazionale – e non solo – in cui certo si possono rintracciare a momenti quasi tutti i precedenti citati e altri ancora, ma assimilati e digeriti fino a formare un prodotto personalissimo e inconfondibile.
I richiami poetici
Il “messaggio” che si vuole comunicare è chiaro fin dal titolo e dalla cover, che richiama da vicino molti monumenti funebri, a cominciare da quello di Ilaria Del Carretto nella cattedrale di Lucca per finire con quello nel cimitero di Staglieno immortalato nella copertina di Closer dei Joy Division. Amore e Morte come binomio pressoché inscindibile, con la Poesia a sublimare entrambi, non solo singolarmente ma anche e soprattutto nel loro reciproco rapporto. Un’altra dinamica “classica” nell’opera di Nero Kane è quella tra peccato e redenzione, ed è forse qui che più viene alla mente il nome di Nick Cave: più nei testi che nella musica, anche se qualche eco del Cave di The Boatman’ Call e di No More Shall We Part riecheggia qua e là.
Un’apertura programmatica per Nero Kane – For The Love, The Death And The Poetry
For The Love, The Death And The Poetry si apre, programmaticamente, con As An Angel Voice, quasi dieci minuti di ipnotica “lentezza” in cui su un lontano sfondo elettronico la chitarra di Nero Kane scandisce una martellante coppia di accordi maggiore e minore sulla quale si innesta un canto quasi ieratico. La successiva My Pain Will Come Back To You rispetta sostanzialmente gli stessi stilemi, ma con un riff più articolato che le fa assumere toni più marcatamente folk. Unto Thee Oh Lord è uno strumentale che si muove tra un bordone elettronico e gli arpeggi della chitarra, con la voce ad intonare una sorta di muta invocazione.
Un duetto con Samantha Stella
In Land Of Nothing fa la sua comparsa la voce di Samantha Stella, che su un tappeto elettronico fondato sul continuo susseguirsi di quattro accordi inserisce un recitativo con una voce da “sacerdotessa” che sembra stare tra le tonalità più “dolci” di Diamanda Galas e la Nico di Desert Shore. Ritorna il tema del peccato in Mountain Of Sin, anch’essa accompagnata da un delicato arpeggio di chitarra senza effetti che ci riporta in un’atmosfera decisamente folk.
Pur non avendo abbastanza spazio per un’analisi più dettagliata dei rimanenti brani, non possiamo non citare The World Headless Of Our Pain, altro brano di oltre sette minuti caratterizzato da un cantilenante incedere della voce di Kane su cui, da metà circa in poi, si innesta il mantra pucciniano “Vissi d’arte vissi d’amore…” che Samantha Stella – il cui contributo al tono generale del disco ci pare significativamente aumentato rispetto ai dischi precedenti – intona con voce quasi da soprano. I titolo degli ultimi tre brani – Receive My Tears, There Is No End e Until The Light Of Heaven Comes – ci sembrano andare sempre più verso la delineazione di quella “liturgia” e spiritualità laica – ma forse neppure troppo – che permea fin dall’inizio la poetica di Nero Kane. Disco al primissimo ascolto solo apparentemente monocorde: ad ogni successivo ascolto si scoprono invece soluzioni formali e significati sempre più definiti e diversificati. In fondo non è forse questo ad essere proprio dei dischi che “restano”?
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