Transeunte è la (cupa) opera prima di Elias Goddi come Nodo Prusik.
Questo deve proprio essere il periodo dei progetti solisti in cui l’ideatore e artefice pressoché unico si identifica col proprio prodotto fino ad assumerne il nome. Ai non pochi esempi che potremmo citare di questo fenomeno si affianca ora Nodo Prusik, nome al quale affida il suo debutto il polistrumentista (chitarra, basso, synth, campionature e organo a canne) Elias Goddi.
Nodo Prusik – Transeunte: una desolante galleria umana
Il titolo evoca la condizione umana, destinata per sua natura ad attraversare il tempo modificandosi continuamente attraverso un continuo interagire tra la specifica peculiarità di ogni essere e le prove che le varie situazioni della vita gli sottopongono e che quasi sempre lo vedono perdente. Anche non volendo usare l’abusata, spesso impropriamente, definizione di concept album, proprio questo sembra essere il messaggio comune ai nove brani del disco, a cominciare dal lungo (oltre sette minuti) Nessuno Sopravvive Alla Vita, disincantato riassunto di un’esistenza comune. La maggior parte dei pezzi che seguono sembra suggerire che il problema risiede nelle menti dei singoli individui, obnubilate da false propagande. Da qui arriva l’ossessione per gli acquisti compulsivi per cercare di dare un senso a una vita insignificante (Mani Di Gesso); o quella per il successo, con l’inevitabile conseguenza di non riuscire a sopportarne il mancato raggiungimento (Il Fallimento).
Dopo l’amara descrizione di quei soggetti che, non riuscendo ad apprezzarlo, distruggono tutto quello che di buono gli capita nella vita – a cominciare dall’amore (Cuore Nero) – arriva una sorta di definitivo epitaffio per un personaggio mediocre che ha passato inutilmente la vita a uniformarsi a cliché imposti dall’esterno (Coglione), non a caso uno dei brani più arrabbiati del disco insieme col successivo Il Punto Di Vista Di Dio. Al di là di alcune superstiti ingenuità, come l’episodico inserimento a volte fine a se stesso di qualche termine “volgare” – viene in mente l’Ivan Graziani di Pigro: “e poi le parolacce che ti lasci scappare che servono a condire il tuo discorso d’autore” – i testi sono interessanti e, come detto, portano avanti un discorso chiaro e coerente.
I suoni di Transeunte
Musicalmente il disco è caratterizzato da atmosfere cupe e si muove sostanzialmente tra industrial e inserti quasi noise, con il ruolo della chitarra in genere limitato a brevi introduzioni qua e là, per lasciare poi la scena a un’elettronica comunque piuttosto discreta. Apprezzabile poi la scelta di non utilizzare per le percussioni una drum machine, affidandosi invece alla ottima batteria di Alvaro Buzzegoli, in prestito dai fiorentini NoN. A tutto ciò costituisce una rilevante eccezione il brano finale, Quattro Haiku, giocato su un dialogo tra voce e chitarra acustica e che mette teneramente in fila i ricordi giovanili di una coppia. Forse non è azzardato vederci un’apertura alla speranza e un messaggio di ottimismo: possiamo almeno provare a conservare la freschezza e gli ideali della gioventù senza farsi schiacciare dai deleteri “modelli” che la vita e la società in cui viviamo cercano di imporci.
In conclusione, al suo esordio Elias Goddi dimostra buone doti di songwriter nella scrittura sia dei testi sia della musica: doti che, crediamo, saprà ulteriormente affinare nel prosieguo della sua attività.
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