Il pluripremiato Olden torna con La fretta e la pazienza.
Per il suo nuovo album, il quinto di una carriera che l’ha visto ottenere importanti riconoscimenti (numerose partecipazioni al Tenco, Targa Rock Targato Italia come “Miglior Artista Emergente”, “Botteghe d’autore 2020” per il “Miglior testo) Olden ha deciso di autoprodursi con l’aiuto del chitarrista Ulrich Sandner. Descritto dallo stesso autore come un lavoro artigianale, La fretta e la pazienza (VRec) è il disco più personale e intimo del cantautore perugino, e la scelta dell’autoproduzione e della registrazione quasi in solitaria (oltre al chitarrista compare solo il violoncello della bravissima Simona Colonna) ne è una diretta conseguenza. Così come la scelta di anticipare il disco con il singolo Fidati di me, forse il suo brano più personale di sempre. Si parla di solitudini, silenzi, abbandoni, amori che finiscono, in quella che l’autore ha definito come “un messaggio lanciato via lontano, e che spera di arrivare nelle mani giuste”. Quindi con la speranza che tutto possa ricomporsi, o comunque non avere poi il rimpianto di non averci provato.
I temi del disco
Tutto il disco sembra seguire questo tema. In Cinema, un brano lento piano e voce, molto bello e intimo, sembra che Olden scavi dentro sé stesso (“Sei stata un lunghissimo intervallo a cui non ho prestato la dovuta attenzione… ho fatto a pezzi la mia ombra”). In Gioia negli occhi, dove il cantautore svela una vena quasi alla Battisti, si parla ancora solitudine e abbandono (somiglia a morire non averti qui). In Improvvisamente un giorno, dove il piano di Olden è accompagnato dal violoncello, tornano ancora gli “affetti interrotti … e per un’ultima volta rivedere te”. Anche nella titletrack La fretta e la pazienza, ospite Paolo Benvegnù alla seconda voce, ci sono ancora solitudini (E maledire la sfortuna di averti smarrita un giorno da qualche parte / Come si perde la pazienza, un treno, un bottone), silenzi e non detti (tra la fretta e la pazienza c’è tanto silenzio, c’è fame / Avrei voluto dirti un po’ di cose, ma poi mi sono morte in bocca le parole).
Olden e il rapporto con Jannacci esplicitato in La fretta e la pazienza
In tutto questo, c’è spazio anche per una lettera d’amore particolare, quello che lega l’autore a Enzo Jannacci: in Ho sognato Jannacci l’assenza infatti è quella del cantautore milanese (riaprire gli occhi e non vederti più). Un disco registrato quasi in solitudine, che si giova però degli accompagnamenti discreti e preziosi di Ulrich Sandner e Simona Colonna, come in Il cuore sbaglia sempre e in Libellule. La natura leggera delle cose chiude il disco raccontando ancora di relazioni finite e malinconia, ma con una vena di ottimismo (verranno estati nuove), e con la consapevolezza che anche se adesso il tempo ci volta le spalle e la schiena / dopotutto io dico che ne è valsa la pena, frase che chiude con una luce di speranza il disco.
Un lavoro dal livello poetico indubbiamente molto alto, un disco maturo, che richiede un ascolto attento per coglierne l’importanza la profondità. Un disco magari anche difficile, ma una volta che ci sarete entrati dentro regalerà emozioni altrettanto profonde, e sarà difficile uscirne.
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