Dalla Corea il secondo disco solista di Park Jiha: Philos.
Secondo disco solista per la musicista coreana Park Jiha – Philos. Dopo aver sciolto il sodalizio artistico con Jungmin Seo nel duo Su: um, anche questo Philos esce per la tak:til, sussidiaria della Glitterbeat orientata verso il suono sperimentale e di ricerca. La ricerca musicale di Park Jiha parte dallo studio degli strumenti tradizionali coreani, sia a fiato che a corde che percussioni. Ma la sua non è affatto musica tradizionale: si tratta di composizioni originali che oscillano fra sonorità profonde e antiche e un’atmosfera predominante ansiosa e inquieta che ci proietta verso un futuro dai contorni sfumati e vagamente angoscianti. È una musica essenziale, mai ridondante. Ogni nota si staglia precisa, netta a evocare paesaggi naturali intrisi di intensa spiritualità, c’è un qualcosa di magico, metafisico che vibra nella sua musica e che induce noi alla meraviglia e all’incanto..
Le canzoni di Philos fra tradizione e modernità
La traccia iniziale Arrival si apre con nervose percussioni metalliche sulle quali il piri, flauto di bambù a doppia ancia che ricorda l’oboe, disegna linee melodiche malinconiche e al tempo stesso inquiete, c’è un senso di angoscia che pervade tutto il brano, un lamento ancestrale che giunge fino al presente.
Thunder Shower è una meditazione su una turbolenta tempesta evocata dalle varie percussioni e dalle progressioni delle corde del yanggeum, sorta di dulcimer martellato. Mentre in Easy i paesaggi sonori creati da Park Jiha fanno da accompagnamento alle parole recitate dalla poetessa libanese Dima El Sayed, che contesta chi di fronte alle rovine e ai drammi del mondo contemporaneo invita invece a prenderla con tranquillità.
«Tu vedi, tu senti / il dolore, la paura / le bombe che piovono / i poveri che soffrono / tutti i movimenti di massa adesso sembrano inutili / e tu mi stai dicendo di stare tranquilla?».
Le atmosfere create da Park Jiha in Philos
Dopo Pause, breve intermezzo minimalista, la title track stratifica i suoni ripetitivi dei vari strumenti creando un’atmosfera assorta e spirituale. La musicista coreana l’ha voluto chiamare Philos, amore, perché è, ha dichiarato, il sentimento che l’ha spinta a lavorare a questo album, che per la prima volta ha suonato tutto da sola, dando vita a un’opera molto personale per esprimere i sentimenti le sensazioni che si porta dentro.

In Walker: in Seoul le note cristalline del yanggeum che si stagliano nette nell’aere richiamano la solitudine di una passeggiata nella grande città, mentre i field recordings della risacca marina in sottofondo ci rimandano a immagini e ricordi lontani. When I Think of Her è una sorta di jazz notturno e nostalgico con protagonista il saenghwang, un organo a bocca, che sarà al centro anche nella conclusiva Water col suo suono evocativo, sinuoso e misterioso.
Philos, un disco al quale abbandonarsi
Philos è disco di grande fascino, cui abbandonarsi senza sciocchi preconcetti. Allora si resterà ammaliati dalle semplici e suggestive melodie create da Park Jiha, dal suono di strumenti antichi e per noi alieni, ma suonati in modo molto moderno per creare paesaggi sonori di intensa spiritualità e di insospettabile semplicità. Park Jiha infatti scarnifica il suono, come un poeta ermetico fa con le parole, così lei fa con i suoni, mira a rendere ciascuna nota potente, essenziale e carica di emozione, nella ricerca di un suono che avvicini la purezza e la meraviglia. Davvero un altro eccellente lavoro dalla scuderia Glitterbeat.
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