PinkFloyd At Pompeii MCMLXXIILegacy Recordings

Quel che resta dei Pink Floyd

Nell’anno del cinquantenario di Wish You Were Here, nono album in studio che celebra l’assenza (è pronta una riedizione come strenna natalizia), il fantasma dei Pink Floyd incombe tangibile, affascinante, disturbante: perfino noioso. La veneranda età dei tre sopravviventi, ottuagenari tranne Gilmour che lo diverrà a marzo, non ha impedito di rinnovare il mito e le smanie solistiche con altrettante pubblicazioni dal vivo. Una è indispensabile: il disco del concerto del 1971 nell’anfiteatro romano di Pompei. Le altre, i doppi di Waters e dello stesso Gilmour, riassumono quelle che potrebbero essere state le loro ultime tournée. Andiamo per ordine.

Un disco essenziale

Pink Floyd at Pompeii MCMLXXII contiene la musica del celebre film concerto di Adrian Maben, regista franco scozzese che lo scorso 28 ottobre ha concluso il suo percorso terreno. Le avventurose composizioni cosmiche, restaurate da Steven Wilson che ne ha esaltato la magnificenza pensionando svariati bootleg, scorrono depurate dagli intermezzi sonori che nel film accompagnano le sequenze dei musicisti negli studi della EMI ad Abbey Road durante la registrazione di The Dark Side of the Moon: fu un espediente di Maben per aumentare lo scarso minutaggio. Erano già state pubblicate nove anni fa nel sesto volume, 1972: Obfusc/ation, della raccolta The Early Years 1965-1972. In aggiunta questo disco contiene una versione alternativa di Careful with that Axe, Eugene e una inedita di A Saucerful of Secrets, belle ma non indispensabili, più il divertissement Mademoiselle Nobs che è il rifacimento di Seamus nell’album Meddle, 1971, in cui l’omonimo cane appartenente a Steve Marriott (1947-1991), chitarrista degli Humble Pie e degli Small Faces, mugola per poco più di due minuti su un vago blues. In questa esecuzione la protagonista è una cagna di nome appunto Nobs ammansita da Richard Wright (1943-2008) mentre Waters strimpella una Stratocaster e Gilmour suona l’armonica a bocca.

Questa scocciatura tra One of These Days e la seconda parte di Echoes riduce di mezzo punto il mio voto a un album essenziale nella discografia dei Pink Floyd. Oltre a cristallizzare composizioni a lungo ruminate, smontate e rimontate (nella citata The Early Days 1965-1972 c’è un esauriente campionario), colma una lacuna filologica tra il settimo album in studio, Obscured by Clouds, 1972, colonna sonora del film La Vallée di Barbet Schroeder, e l’inatteso successo planetario di Dark Side.

 

Lo zenit psichedelico

Il film di Maben è stato riproposto ad altissima definizione grazie all’eccezionale restauro della produttrice Lana Topham. Partendo da un negativo originale da 35mm, cioè la stessa pellicola passata nelle cineprese a Pompei, rinvenuto negli archivi dei Pink Floyd dopo una ricerca iniziata nel 1994, la Topham è intervenuta fotogramma per fotogramma. Il risultato è abbagliante: novanta minuti che combinano un’ora registrata dal vivo a Pompei tra il 4 e il 7 ottobre 1971 e a Parigi tra il 13 e il 20 dicembre negli studi Europasonor con la mezz’ora ad Abbey Road. Il film è stato proiettato nei cinema in primavera. Ritornerà su Apple TV dal 31 dicembre.

L’idea venne al regista nell’anfiteatro al crepuscolo dov’era andato a cercare il passaporto smarrito durante una visita agli scavi. La soprintendenza archeologica di Napoli concesse sei giorni di riprese con gli scavi interdetti ai visitatori per l’occasione, ridotti a quattro per collegare le attrezzature all’abitato con un lunghissimo cavo elettrico che le alimentava. I Pink Floyd imposero l’esecuzione dal vivo. Furono trasportati a Pompei la strumentazione, la poderosa amplificazione e un impianto di registrazione a 24 tracce. Lì furono catturate la prima parte e il finale di Echoes, A Saucerful of Secrets e One of These Days. Le altre composizioni, cioè Careful with that Axe, Eugene più Set the Controls for the Heart of the Sun e la sezione centrale di Echoes, furono registrate a Parigi. Il montaggio sulle immagini nell’anfiteatro fu fatto con il chroma key: Wright, con e senza barba, svela l’arcano.

Presentato all’Edimburgh Film Festival nel 1972 con la sola ora d’immagini girate a Pompei e a Parigi, il film fu ripubblicato nel formato noto nell’agosto ‘74 quando The Dark Side of the Moon era un successo in tutto il mondo, risultando così anacronistico. Nel 2003 Maben curò l’edizione Director’s Cut che tredici anni dopo sarà inserita nel cofanetto The Early Years 1965-1972 priva di Mademoiselle Nobs e con Echoes interamente spostata nel finale. Questa nuova versione che ufficializza la colonna sonora può ben dirsi lo zenit dell’arte psichedelica dei Pink Floyd.

In testa alle classifiche

Quando al cinema ho visto il viso a tutto schermo di Wright cantare all’unisono con Gilmour, il suono era così pulito che istintivamente ho guardato dietro per scorgere il chitarrista. Sono valorizzati al massimo momenti emozionanti. Waters, feroce, percuote il mitico gong in A Saucerful of Secrets e prova, curioso, l’allora nuovissimo sintetizzatore VCS3 ad Abbey Road. Mason sembra la dea Kali con le immagini moltiplicate dal feedback video in One of These Days (Maben smarrì diverse bobine di pellicola e di quella composizione esiste solo la ripresa della telecamera puntata sul batterista). Wright prova al pianoforte quella che diverrà Us and Them. Gilmour, a torso nudo, suona apollineo la celebre Stratocaster Black Strat non ancora modificata e canta appassionato con il vento che gli sposta i capelli lunghi davanti al viso.

«C’era un silenzio quasi sacro che circondava tutto. Era come se le pietre stesse avessero memoria della storia passata e la nostra musica fosse una sorta di conversazione con quell’antico passato» disse il chitarrista che nel 2016 sarebbe tornato a suonare lì da solo registrando un altro disco dal vivo. Il rock trasformato in sfruttamento commerciale della celebrità a quel tempo non aveva ancora immiserito quattro musicisti che avevano ventotto anni Wright e Waters, ventisette Mason, venticinque Gilmour. Erano di là da venire l’ego, i vizi, i divorzi, i litigi.

In Pink Floyd at Pompeii MCMLXXII c’è tutto il loro genuino sforzo creativo avulso da calcolo, avidità, egoismo, deleteri di lì a qualche anno. Si percepisce nell’ingenuità risoluta delle interviste, nell’affiatamento che domina la potenza del suono, nella giovinezza umile e operosa che li avevano portati fino alla magia di quell’anfiteatro vuoto da diciannove secoli nel sole di ottobre. Se c’è un disco da prendere come esempio dell’arte dei Pink Floyd, da ora in poi per me sarà questo. Pubblicato il 2 maggio, è arrivato in testa alle classifiche sia in Italia che nel Regno Unito. Non è stata una sorpresa, ma una conferma. E una soddisfazione.

Pink Floyd - Pink Floyd at Pompeii MCMLXXII
9,5 Voto Redattore
0 Voto Utenti (1 voto)
Cosa ne dice la gente... Dai il tuo voto all'album!
Sort by:

Be the first to leave a review.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Show more
{{ pageNumber+1 }}
Dai il tuo voto all'album!

Roger Waters: se è un commiato, è sublime

Cinquantadue anni dopo, a Praga, l’ex bassista dei Pink Floyd è stato diversamente epocale rispetto al giovane che a Pompeii rendeva, in quella che formalmente può essere considerata la versione definitiva di Careful With That Axe, Eugene, la sua personale interpretazione dell’angoscia esistenziale umana nel grande urlo infinito che, settantotto anni prima di lui, Edvard Munch aveva trasferito su tela. Il concerto del 25 maggio 2023 alla O2 Arena della Repubblica Ceca si svolse poco più di quattro mesi prima della pubblicazione del controverso ma affascinante The Dark Side of the Moon Redux, rifacimento senile e solista del grande album in occasione del cinquantenario. Proposto anche come film questa estate al cinema con lo stesso titolo This Is Not a Drill: Live from Prague, non è chiaro se l’album voglia rappresentare l’addio dell’artista al palcoscenico. L’ultimo concerto c’è stato a Los Angeles il 9 dicembre di due anni fa.

A suo tempo quello di Praga, ripreso dal fidato regista Sean Evans, fu trasmesso in diretta in oltre millecinquecento sale cinematografiche di oltre cinquanta Paesi, diventando un evento globale. Il disco, come anche il film, non è soltanto un’esperienza di musica e spettacolo, ma un manifesto dell’attivismo dell’artista. La cui voce, diffusa dagli altoparlanti prima del concerto, non le manda a dire: «Se siete fra quelli che amano i Pink Floyd ma non sopportano le prese di posizione politiche di Roger, potete andarvene affanculo al bar». Nudo e crudo.
Il bar non è però solo un luogo per renitenti all’impegno in favore dei «nostri fratelli e sorelle di tutto il mondo impegnati nella battaglia esistenziale per l’anima dell’umanità», ma anche l’emblema d’una socialità ritrovata. Lo racconta l’unica composizione inedita, intitolata appunto The Bar e divisa in due parti. La seconda, dove Roger evoca il fratello maggiore John, morto l’anno prima, e la moglie Kamilah, è a tratti commovente e si fonde con Outside the Wall, l’ultima delle sette composizioni tratte da The Wall, il più rappresentato dei dischi con e senza i Pink Floyd confluiti nella scaletta del concerto. Seguono The Dark Side of the Moon con cinque, l’intero secondo lato del disco, e Wish You Were Here con tre. Due composizioni sono tratte dall’ultimo album solista originale, This Is the Life We Really Want? di otto anni fa. Una a testa rinvengono dai dischi Animals e The Final Cut con i Pink Floyd, Radio K.A.O.S. e Amused to Death da solista.

L’esperienza visiva e sonora di grande rilevanza tecnica e artistica che ne scaturisce, considerata l’età di Waters e la sua capacità tenace d’essere testimone del nostro tempo, può ben rappresentare, oltre a una bussola morale rispetto a cosa è giusto e cosa non lo è, il valore d’una liturgia laica a tratti sublime.

«Vorrei che fossi qui»

Sul palco lo accompagna una formazione di musicisti che da tempo lavorano con lui: Jonathan Wilson chitarre e voce, Dave Kilminster chitarre e controcanti, Jon Carin tastiere e controcanti, Gus Seyffert chitarre e basso e controcanti, Seamus Blake sax, Robert Walter tastiere, Joey Waronker batteria, Shanay Johnson e Amanda Belair cori. Tutto fila in maniera sincronica: dall’inizio di Comfortably Numb in versione distopica che i prevenuti hanno visto come uno sfregio a David Gilmour per l’assenza dei suoi celebri solo, quando invece è splendida proprio perché alternativa e non sostitutiva di quella irraggiungibile dei Pink Floyd, al sarcasmo amaro d’una The Bravery of Being Out of Range sapientemente rallentata, al potente rinculo rock di Have a Cigar che il Waters vecchio interpreta magistralmente mentre il Waters giovane, dopo vari tentativi andati a vuoto, affidò all’ugola di Roy Harper. Forse il momento più struggente è Wish You Were Here che l’artista canta accorato, coadiuvato dalle coriste e accompagnato con discrezione da Wilson alla dodici corde e Kilmister che fa bene il suo lavoro senza tentare d’imitare Gilmour finché, con l’entrata del gruppo, tutto diventa corale.

Ne viene fuori una versione tanto epica quanto dolorosa, con Waters che coinvolge il pubblico e le scritte in sovrimpressione che raccontano di scorribande in gioventù con l’amico Syd Barrett (1946-2006). Colui, cioè, che per sempre impersonerà quell’assenza (d’un amico, d’un padre, di tutti quelli che si desiderava ci fossero e non ci sono) che ricorre, con malinconia costante, nell’opera dei Pink Floyd.

Roger Waters - This Is Not a Drill: Live from Prague
8 Voto Redattore
0 Voto Utenti (1 voto)
Cosa ne dice la gente... Dai il tuo voto all'album!
Sort by:

Be the first to leave a review.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Show more
{{ pageNumber+1 }}
Dai il tuo voto all'album!

 

Il crepuscolo d’una «fucking legend»

A David Gilmour deve piacere particolarmente l’Italia. Oltre al menzionato doppio album dal vivo a Pompei di otto anni fa con annesso dvd, testimonianza del concerto dell’estate precedente, ha tratto dalle sei esibizioni romane al Circo Massimo tra il 28 settembre e il 3 ottobre 2024 la selezione di canzoni che propone in The Luck and Strange Concerts. È ancora più chiaro dal titolo del film concerto diretto da Gavin Elder che questa estate è stato proposto nei cinema e che ora è stato pubblicato su dvd: Live at the Circus Maximus, Rome.

Ad accompagnare la «fucking legend», come l’autore si auto definisce inopinatamente nel breve spot prima del film, un eccellente gruppo di musicisti composto da Ben Worsley alle chitarre, Guy Pratt al basso, Greg Phillinghanes e Rob Gentry alle tastiere, Adam Betts alla batteria nonché le quattro coriste Louise Marshall, Charlie e Hattie Webb, Romany Gilmour. La ventitreenne ultimogenita degli otto figli di David, che nel viso ricorda tanto il padre a Pompei nel 1971, canta Between Two Points come nel disco Luck and Strange d’un anno fa. Ammaliante interpretazione d’una canzone del misconosciuto duo The Montgolfier Brothers risalente al 1999, è l’undicesima delle ventitré distribuite su due dischi. Seguono High Hopes, la cavalcata elettrica Sorrow e la suggestiva The Piper Call. Questa è la parte migliore d’un doppio album che racconta il crepuscolo della carriera di David Gilmour con i pregi e i difetti d’un artista capace di grande musica, ma raramente di grandi canzoni.

Fa eccezione High Hopes, eccelso effetto della collaborazione tra David e la moglie Polly Samson, scrittrice e autrice di testi. È per me il momento più alto della creatività dei Pink Floyd post Roger Waters: una canzone evocativa che non ha nulla da invidiare alle loro migliori. In The Luck and Strange Concerts scorre incantevole e poetica, impreziosita da un solo appassionato di David alla slide guitar e un finale delizioso alla chitarra classica. Sarebbe stata la conclusione perfetta del disco che inizia con undici minuti abbastanza superflui (5 A.M., Black Cat, Luck and Strange) finché non parte Breathe seguita da Time, da The Dark Side of the Moon: come dal buio alla luce.

David Gilmour

Seguono ventitré minuti gradevoli ma non entusiasmanti. Fat Old Sun dall’album Atom Earth Mother, 1970, quello dei Pink Floyd con la mucca in copertina, perde la grazia bucolica e degrada a inno petulante. Il bellissimo strumentale Marooned di Richard Wright, da The Division Bell, 1994, raramente eseguito dal vivo, orfano del tocco magico del tastierista diventa inutilmente fragoroso. A Single Spark, anche, è troppo carica. Wish You Were Here, un furbo esercizio di nostalgia per il pubblico.

Il suono è fenomenale, ma manca la poesia che pure Gilmour dal vivo, in altri momenti, era stato capace di evocare. Dopo l’apogeo della sezione centrale arrivano le mediocri A Great Day for Freedom e In Any Toungue, una suggestiva ma troppo lunga The Great Gig in the Sky anch’essa da Dark Side, la rarefatta A Boat Lies Waiting, le superflue Coming Back to Life e Dark and Velvet Night, la bella Sings, la meno bella ma trascinante Scattered, fino alla scontata apoteosi finale di Comfortably Numb dove nessun Guy Pratt può competere con l’espressività di Waters nel duetto con Gilmour.

Ho fatto un sogno

Il chitarrista è un grande del suo strumento, ma non ha né gli si può chiedere, nel processo creativo che porta a elaborare le canzoni, la profondità e il tormento di Waters. È un fatto che la sua carriera solista soffra il fiato corto di composizioni raramente all’altezza di quelle che l’hanno visto protagonista nel gruppo. Rolling Stone ha parlato della complementarietà dei fratelli coltelli dei Pink Floyd che emerge dai rispettivi dischi dal vivo: concordo. Entrambi, con le loro personalità, erano tutt’uno nel quartetto con Wright e Mason come è evidente nel concerto di Pompei, ma anche nell’ultima leggendaria reunion al Live 8 di Londra nel 2005 vent’anni dopo l’abbandono polemico del bassista. Da soli sono meno, parafrasando Nick Mason, di quanto rappresentino singolarmente nella somma delle parti. Vale anche per Waters, naturalmente, che solo con l’album Amused to Death, 1992, è arrivato a toccare i vertici dei migliori dischi con i Pink Floyd, ma il cui suono tradisce, nonostante un certo Jeff Beck (1944-2023) alla chitarra, che con Gilmour sarebbe stato ancora meglio.

David, intervistato, ha detto ripetutamente, anche in maniera inutilmente rancorosa, che non lavorerà mai più con Waters e che opere future con il moniker Pink Floyd, da lui detenuto legalmente, potranno forse essere possibili solo ricorrendo all’AI. Le umane vicende attengono a ragioni e a sentimenti che, dall’esterno, sono difficilmente percepibili in maniera profonda e completa. Detto che tutto lascia pensare che Gilmour non sia innocente almeno per quanto Waters sia spesso stato eccessivo, l’appassionato dei Pink Floyd, cioè chi state leggendo, ha fatto un sogno.

I due s’incontrano e, non importa come, si chiariscono una volta per tutte. Il più contento è Nick Mason che finalmente non deve destreggiarsi tra l’uno e l’altro. Waters, nel gruppo ricostituito, la pianta con le sue sia pure talvolta encomiabili ossessioni politiche. Gilmour evita di fare il moralista e il padre padrone. Fine delle tournée negli stadi con complicate coreografie: l’età rende possibile qualche concerto occasionale in luoghi raccolti come teatri e spazi con limitata capienza dove la musica può essere percepita nelle sue sfumature. I ricostituiti Pink Floyd, alla chetichella, fanno un nuovo disco.

È un lavoro bellissimo e inaspettato, maturo e moderno, ricco di sfumature acustiche e splendore psichedelico. Roger e Polly scrivono insieme il testo d’una canzone che, con la musica di tutti e tre i Pink Floyd e cantata da Romany Gilmour, risuona nelle radio di tutto il mondo. Jonathan Wilson realizza il sogno di lavorare con il suo gruppo rock preferito, Steven Wilson di produrlo. C’è anche una presenza vera del compianto Rick Wright. David, infatti, propone e gli altri due accettano di concludere il disco con una canzone del tastierista, Breakthrough, eseguita dal vivo alla Royal Albert Hall nel 2002. L’intero vale più della somma delle parti.

Sono andato troppo oltre? Ah, ma era un sogno.

David Gilmour - The Luck and Strange Concerts 
7 Voto Redattore
0 Voto Utenti (1 voto)
Cosa ne dice la gente... Dai il tuo voto all'album!
Sort by:

Be the first to leave a review.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Show more
{{ pageNumber+1 }}
Dai il tuo voto all'album!

print

Pietro Andrea Annicelli è nato il giorno in cui Paul McCartney, a San Francisco, fece ascoltare Sergeant Pepper’s ai Jefferson Airplane. S’interessa di storia del pop e del rock, ascolta buona musica, gli piacciono le cose curiose.

Di Pietro Andrea Annicelli

Pietro Andrea Annicelli è nato il giorno in cui Paul McCartney, a San Francisco, fece ascoltare Sergeant Pepper’s ai Jefferson Airplane. S’interessa di storia del pop e del rock, ascolta buona musica, gli piacciono le cose curiose.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.