Recensione: Psychic Markers - Psychic Markers
Bella Union Records - 2020

Recensione: Psychic Markers – Psychic Markers

La raggiunta maturità dei Psychic Markers.

Con Scrapbook no. 1 (2014) e Hardly Strangers (2018) i londinesi Psychic Markers avevano già esibito credibili biglietti da visita con il loro indie-pop screziato di neo-psichedelia e non ignaro della lezione di stile dei New Order, ma il gusto della salsa proposta, fatta di troppi ingredienti, gli aveva lasciati sulla soglia di una maturità e di un’identità musicale non conquistate. Eppure quattro anni non passavano invano, e si poteva apprezzare, di pari passo all’imbrunire dei toni e all’addensarsi di nubi melodiose via via più inquiete, il delinearsi di un percorso autonomo.

Recensione: Psychic Markers - Psychic Markers

Bella Union Records – 2020

Psychic Markers è il frutto di un equilibrio finalmente raggiunto. Percorso da un filo di krautrock gentile ed elegante di esibita osservanza Kraftwerk, ma britannico fin nelle ossa, in Psychic Markers cadono le scorie “paisley”, e il gruppo londinese conferma il loro far musica come con sapiente gioco di combinazioni, nel quale non secondaria abilità è richiesta nel nascondere le cuciture – o l’etichetta del prezzo, se si preferisce.

Un disco dalle numerose influenze

L’elenco delle mille influenze rischia di trasformarsi in una sequela interminabile, pur dominando nel disegno complessivo le geometrie della premiata ditta germanica e gli Psychic TV più brumosi, gli Ultravox! più raggelati, i Jesus & Mary Chain meno birbanti e più pensosi e il richiamo lontano dell’universo anarchico della space music (depurato di ogni intemperanza e accortamente pettinato). Ne viene fuori, esito non scontato, un concentrato dalle tinte scure e suggestive, ora languide ora danzanti, omaggio sincero all’elegante stilizzazione dei New Order di Power, Corruption & Lies e all’elettro-pop degli Orchestral Manouvres in the Dark – che è quanto dire a gruppi a loro volta genialmente ‘sincretistici’ e di “secondo livello”.

 

Where is the prize? apre al suono di colori scuri, intessuti su di un ritmo danzante, ed è già un gran bel piacere; Silent Rooms, morbidamente ritmata, si libra sulle ali di sintetizzatori che sembrano presi di peso da Organisation degli OMD, la cui elettrodance si incrocia – in Enveloping Circles – con spruzzi di Schneider & Hütter. L’elegante, severa Pulse, costruita sull’evoluzione di una ossessiva cellula ritmica che si combina con un movimento circolare di chitarre e sintetizzatori, apre poi la strada alle geometrie percussive di Sacred geometry e sembra questo il tono del disco, ma il registro cambia.

Psychic Markers: post punk di qualità

E allora è la volta del valzer scontornato A Mind Full & Smiling (il punto più alto, per chi scrive) che ricorda la morbidezza inquieta degli Psychic TV di White Nights e di Irrational Idle Thinking, che parte con la dolcezza pigra di Lou Reed, muta per strada e conclude con addosso i panni di un post punk classico –  ed echi di Psychedelic Furs. L’estasi cosmica di Juno’s dream, su cui si innesta il dolce monologo di Alannah Ashworth, pur suggestiva, è forse il punto di minor tensione, ma le fa seguito Clouds, omaggio elettrizzante e brioso ai New Order più danzanti, e il cerchio si chiude ancora con la Ashworth e la cullante nenia elettrica Baby It’s Time.

 

Si potrebbe obiettare che nel sacco di Psychic Markers non circola troppa farina originale, senza sbagliare di troppo. Chi però di questi tempi sa farsi bastare stile ed eleganza, chi non disdegna un universo sonoro in cui non si grida e nemmeno si alza troppo la voce, chi apprezza un omaggio ai tempi in cui il post punk si faceva soffice, elegante e danzante, non resterà deluso. Noi, per quel che vale, siamo fra questi.

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Enio Bruschi

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Ha iniziato ad ascoltare musica nel 1984. Clash, Sex Pistols, Who e Bowie fin da subito i grandi amori. Primo concerto visto: Eric Clapton, 5 novembre 1985, ed a seguire migliaia di ascolti: punk, post punk, glam, country rock, i pertugi più oscuri della psichedelia, i freddi meandri del krautrock e del gotico, la suggestione continua dell’american music. Spiccata e coltivata la propensione per l’estremo e finanche per l’informe, selettive e meditate le concessioni al progressive. L’altra metà del cuore è per i manoscritti, la musica antica e l’opera lirica. Tutt’altro che un critico musicale, arriva alla scrittura rock dalla saggistica filologica. Traduce Rimbaud.

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