Singing’ To An Empty Chair: i Ratboys perfezionano la loro idea inclusiva di Americana.
Recentemente il genere Americana sembra stia dando il meglio di sé. Figure come Wednesday, Waxahatchee e MJ Lenderman stanno traghettando la tradizione cantautorale americana nel contesto indie contemporaneo, allontanandosi dai cliché del genere mainstream. Nei loro dischi trovano spazio shoegaze, rock alternativo e ballate con slide guitar che sorridono più a Neil Young che non a Garth Brooks.
Di questo movimento in fase innovativa fanno parte anche i Ratboys. In realtà la band viene da dieci anni di rodaggio culminati in The Window, del 2023, il lavoro della maturità. Singin’ To An Empty Chair, sesto titolo della discografia, ne conferma le capacità di creare un sound omogeneo e ben definito. Non solo, l’impatto sonoro sembra sposare perfettamente le storie raccontate della cantante Julia Steiner. Anche l’immagine di copertina è emblematica e testimonia il viaggio personale ed emotivo intrapreso da Julia durante il suo percorso terapeutico. Una catarsi che vuole essere anche liberazione e condivisione di sentimenti espressi. Una dimostrazione di maturità nei confronti delle ansie e delle preoccupazioni quotidiane.
I Ratboys e la musica come sfogo e autoterapia
Un album terapeutico, come si diceva, dove le emozioni non implodono in sofferenza e delusione ma trovano libero sfogo nella parola e nella musica. Si prenda il brano d’inizio. Un cling-clang molto americano apre Open Up con la voce della Steiner che rimanda un po’ alla Edie Brickell di qualche anno fa. Poi la batteria di Marcus Nuccio fa breccia fino alla liberazione sonora e all’esplosione del suono di gruppo. Oppure gli 8 minuti e 29 secondi di Just Want to Know the Truth, inizio da ballad e finale da cavalcata in stile Neil Young con la chitarra di David Sagan che si erge in tutta la sua espressività. Il testo cataloga gli “scheletri” dissotterrati dopo che una persona cara ha lasciato casa e il modo in cui quelle scoperte hanno riscritto il passato in tempo reale. Gli strumenti fanno il resto esprimendo ciò che le parole da sole non riescono a definire: la sensazione disturbante e nauseante di amare qualcuno che si rifiuta di venirti incontro a metà strada.
Ma anche le altre tracce non sono da trascurare. Un alt-country frizzante e schietto in Penny in the Lake e Strange Love; l’indie-rock nervoso di Anywhere e What’s Right? e poi la tempesta travolgente di Burn It Down.
Singin’ to an Empty Chair sembra voler confermare la maturità dei Ratboys attraverso questa altalena fra sentimenti ben trasposti in musica. Guizzi rabbiosi e lunghe jam, ballate che riflettono su abbandoni e ritrovata libertà. I Ratboys ci donano la chiave del loro modo di essere e di fare musica, sta a voi coglierne la bellezza e la profondità.
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