A 85 anni Ringo Starr ha davvero percorso una Long Long Road, ma pare non accorgersene.
Fino a un paio d’anni fa si diceva che Ringo Starr, come solista, avesse inciso un disco buono (Ringo, 1973), uno discreto (Goodnight Vienna, 1974) e poi solo cose tra il modesto e l’indecente. Chissà perché veniva quasi sempre dimenticato Beaucoups Of Blues (1970) dove il più americano dei Beatles realizzava (bene) il suo sogno di un disco country.
Ringo Starr e il country
Evidentemente quella musica amata fin da ragazzo non ancora Fab continua a suonargli amica e così, ormai ottuageniario (e, a suo modo eterno ragazzo), a inizio 2025 pubblica il suo secondo disco nashvilliano, Look Up. Per la prima volta dopo decenni le recensioni sono positive, forse per la presenza come produttore dell’inappuntabile, per quanto un po’ bizzarro, T Bone Burnett (nel suo curriculum Roy Orbison, Elton John & Leon Russell, Steve Earle, John Mellencamp, Elvis Costello, Los Lobos, Robert Plant & Alison Krauss, oltre alla colonna sonora di O Brother, Where Art Thou? e diversi notevoli dischi a proprio nome fra cui il recente The Other Side).
E adesso arriva Long Long Road
Per il nuovo album, dall’emblematico titolo Long Long Road, le situazioni sonore restane le stesse (pedal steel, violini, mandolini, archi, supporto di voci femminili), così come gran parte dei musicisti. Si viaggia fra country più o meno nashvilliano (Why), Americana (Baby Don’t Go) e qualche accenno pop (You And I (Wave Of Love), It’s Been Too Long). Quanto al repertorio, c’è la cover della strappalacrime I Don’t See Me In Your Eyes Anymore, dal repertorio dell’eroe d’infanzia Carl Perkins, mentre per il resto si tratta di brani originali a firme multiple, con la presenza in tre casi del nostro Starkey, che sono tutti molto carini per quanto mai memorabili. Canzoni da affezione, si potrebbe dire.
A metterci il tocco geniale che porta il lavoro a un livello superiore provvede la produzione di Bisteccone Burnett (accento sulla e), uno che sa come associare hammered ducimer e flauto oppure evocare un minimo di straniamento con una chitarra twang, oppure ancora rendere poetica una pedal steel.
Lo scorrere del tempo secondo Ringo Starr
È tutto molto fluido, sentimentale, rilassato e vagamente sornione anche nei passaggi più tristi (si ascolti She’s Gone o il parlato della title track)). Insomma, tutto molto Ringo: una volta poteva non essere un complimento, adesso rappresenta un valore che ha a che fare con la saggezza: “You know things will always change/ It’s up to you to rearrange/ Your life will never be the same”. Chi lo avrebbe mai detto!
Si potrebbe chiudere qui, non fosse che sorge spontanea una domanda: ma in un disco che parla della lunga lunga strada i Beatles ci sono? La risposta è positiva e sta in Choose Love, brano del 2005 qui rivisto con St Vincent a fare da seconda voce. Un distico dice “The long and winding road is more than a song/ Tomorrow never knows what goes on”. Insomma ci si commuove con Ringo Starr e la commozione diventa struggimento implacabile guardando il video di Long Long Road. Anche qui, chi lo avrebbe mai detto.
PS: Come notato da molti, l’album si chiude insolitamente con un colpo sul rullante della batteria. Che sia un commiato dalla musica? No, dai.
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