Un disco di pop-sperimentale: Rosalía – LUX.
LUX è il quarto album di Rosalía, pubblicato ieri da Columbia Records, ed è il successore del fortunatissimo Motomami (2022). Fra le diverse interviste realizzate per il lancio del disco, Rosalía ha raccontato di aver discusso con sua sorella: non è un disco pop, le avrebbe detto, mentre l’artista è convinta che lo sia, altrimenti bisogna pensare che il pop non possa spingersi oltre i confini dell’ovvio, del già digerito. È dunque possibile immaginare un disco di pop sperimentale? Motomami lo era: un disco pressoché perfetto, ottenuto shakerando generi differenti per una sintesi nuova, ottenuta lavorando di sottrazione. Un disco minimalista, ha detto la stessa Rosalía, mentre questo è massimalista.
Massimalista, ricco di stratificazioni e di collaborazioni
A leggere le collaborazioni, non si può che darle ragione. È stato registrato con la London Symphony Orchestra diretta da Daníel Bjarnason; tra gli arrangiatori figurano Angélica Negrón e Caroline Shaw, fra i produttori Dylan Wiggins e Noah Goldstein (ma sono una valanga). È anche molto lungo: le edizioni fisiche includono 18 brani, tre in meno per quella digitale. Fra gli ospiti: Björk, Carminho, Estrella Morente, Sílvia Pérez Cruz, Yahritza y su Esencia, Yves Tumor. La copertina di Noah Dillon ritrae l’artista in bianco, fra abito monacale e camicia di forza, e nel disco i temi religiosi sono ricorrenti, così come il richiamo a mistiche di età medievale e moderna, da Ildegarda di Bingen a Giovanna d’Arco, che dà il titolo a Jeanne, una delle tre canzoni solo per la versione ‘fisica’.
LUX è caratterizzato, come si è già letto dappertutto, dal multilinguismo: oltre a catalano e spagnolo Rosalía canta in arabo, inglese, francese, tedesco, ebraico, italiano, giapponese, latino, mandarino, portoghese, siciliano e ucraino. Spesso sono soltanto poche frasi, in altri casi intere canzoni o quasi: come per l’italiano in Mio Cristo, ispirata dalle arie operistiche, o per l’inglese in Divinize.
Quattro movimenti per diciotto canzoni
Il disco è diviso in quattro movimenti: peraltro, a quel che sembra, un’invenzione dell’arabo Ziryab (Abū l-Ḥasan ʿAlī ibn Nāfiʿ), musicista e uomo di corte del IX secolo, che partendo da Baghdad si mise al servizio dell’emiro di Cordova ʿAbd al-Raḥmān II.
La canzone apripista Berghain, uscita qualche giorno in anticipo, aveva lasciato il segno, con una prima parte poderosa tutta archi, la voce cristallina di Rosalía a un certo punto doppiata da quella di Björk, che poi prosegue nella quiete strumentale fino al finale forte di Yves Tumor. Una canzone che lascia stupiti per la perfezione e che rimane centrale anche nell’economia di LUX. Quasi troppo.
Berghain
Nel disco, Berghain schiude il secondo, bellissimo movimento. Il primo si apre molto bene con Sexo, Violencia y Llantas, continua con l’interessante Reliquia, diviene più interlocutorio nelle successive tre canzoni. Poi si passa alla seconda, che dopo Berghain contiene l’eccellente La Perla, con un testo dedicato a un ex (Rauw Alejandro?), “medaglia d’oro olimpica per il più stronzo”; il tutto su un ritmo di walzer nel quale l’orchestra lavora con maestrìa. C’è spazio poi per l’unico brano di LUX non firmato da Rosalía: Mundo Nuevo è infatti una reinterpretazione di Quisiera yo renegar (Petenera), cantata da La Niña de los Peines, una delle voci gitane andaluse del flamenco più amate, attiva nella prima metà del XX secolo. È anche il primo rinvio forte (non è infatti il solo) agli esordi di Rosalía nella canzone tradizionale – sebbene rivisitata – ispano-andalusa: El Mar Querer partiva esattamente da lì. La canzone esita quasi naturalmente nella struggente De Madrugá, che vede fra i produttori il ritorno del vecchio amico El Guincho e la presenza di Pharrell.
Nel terzo e nel quarto movimento di LUX ci sono, nuovamente, molti rimandi alle radici della musica di Rosalía. Ci sono ballate pianistiche, come la soave Sauvignon Blanc, ma c’è anche, proprio in avvio, la straordinaria Dios Es un Stalker (complimenti anche per il titolo), dove l’orchestra costruisce il nervo ritmico della canzone, che a metà si frattura cambiando ottava, e poi prosegue a chiudere in soli 3 minuti scarsi, mentre l’ascoltatore ne desidererebbe almeno il doppio. La complessa La Yugular, che segue, si conclude con la voce di Patti Smith da un poema recitato nel 1976 ca. Le due sono state ritratte di recente in una foto insieme.
L’ultima parte si apre con Novia Robot, un altro dei 3 pezzi che mancano nella versione digitale, nonché il più riuscito, molto catchy. Però l’apice di questo movimento è La Rumba del Perdón, condotto dalla chitarra acustica e dalle percussioni, incalzate dall’orchestra e dai cori finali. Infine, Magnolias sta a LUX come Sakura a Motomami. Bel finale.
Insomma, è pop o non lo è?
C’è molto da digerire in questo disco. Al di là di delle 5-6 canzoni che ti stendono immediatamente (che già non sono poche), altre richiedono e richiederanno più ascolti. Certo, il pop si vorrebbe immediato e facile da consumare. LUX è pop, lo credo anche io, ma di un altro tipo. Dai testi, agli stili, ai riferimenti culturali, è un disco con il quale Rosalía sfida l’ascoltatore, legato magari ai singoli extra-album, come Despechá e Con Altura (che a me peraltro piacciono molto), nei quali generalmente l’artista spagnola dispiega le sue qualità più mainstream, ad andare oltre. Non molti artisti sono stati capaci di farlo: capaci cioè di non rincorrere ciò che il pubblico vuole, ma di creare da un disco all’altro un linguaggio con delle costanti, sì, ma pure con variazioni importanti, che possono spiazzare. Artisti con una visione e che, alla fine, vincono la sfida.
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