Il Kentucky e gli Appalachi di S.G. Goodman nelle canzoni di Planting by the Signs.
Sembra quasi una preghiera per esorcizzare il dolore, Planting by the Signs di S.G. Goodman. Il dolore della perdita, prima di tutto. Un dolore che forse non scompare mai, ma che di certo la musica può lenire e, insieme a lei, una mano può darla anche la connessione con la natura e i suoi elementi. Perché la Goodman non dimentica mai le sue radici, il Kentucky, gli Appalachi e la vita rurale, dove è cresciuta in una famiglia di agricoltori molto devota e dove, dal cantare in chiesa tre volte a settimana, è diventata figura di spicco della scena indie americana. Quel dolore è dovuto alla perdita di Howard, il suo cane, e soprattutto di Mike Harmon, suo amico e mentore. Ci sono entrambi nell’album, presenti in quel beat malinconico e cadenzato che lo percorre tutto, avvolto dalla voce carezzevole della Goodman.
Atmosfere e testi di un disco spesso intenso
Satellite, il brano in apertura, mostra subito la direzione. Scrive la Goodman sul suo profilo IG: «Ahimè, ora siamo governati dai satelliti, il nostro mondo sembra ruotare attorno alle loro funzioni. Possiamo riconoscerlo e non perderci?». Il groove di Fire Sign e la prima strofa, «[…] Some tried to make me out a liar / But I’m a dreamer with no answers», lanciano il ritornello con un’altra domanda: « Who’ll put the fire out?». I Can See The Devil si regge su chitarre piene di tremolo. Il diavolo c’è, ma si può sconfiggere: «I can see the devil and he’s beating on his old lady / That just means I can see the sunshine». Snapping Turtle è uno dei brani più intensi. La Goodman ritorna all’infanzia in Kentucky. Lei però è riuscita a fuggire dalla small town, dove puoi guidare before the legal age.
Leann invece è rimasta ancorata, «Leann once spent a summer in Paris – Paris, Tennessee / The only Paris Leann would ever meet». Nell’incalzare lento delle chitarre e sul ronzio del basso. Negli arpeggi di Michael Told Me c’è tutto il dolore della perdita: «Michael told me we could handle it». Con Solitaire costuisce un testo pieno di immagini tratte dalla tradizone folk, ma stemperate nell’inno alla natura.
S.G. Goodman e la collaborazione con Bonnie ‘Prince’ Billy in Planting by the Signs
In Nature’s Child, cantata con Bonnie ‘Prince’ Billy, alcuni passaggi a metà brano mi è sembrato volessero richiamare il tema musicale di Angelo Badalamenti per Twin Peaks. A sottolineare la stessa provenienza ‘rurale’. O il quasi gospel del brano che dà il titolo all’album, per concludere con i nove minuti scarsi di Heaven Song, una sorta di Desolation Row, con Amore, Fede, Peccato, Speranza, Morte, i gemelli Reale e Autentico e un Gesù Cristo ubriaco che afferma «it’s hard being him when folks think God’s on their side». Un paradiso che non è altro che la ricerca di una ragione per credere.
Una bella scoperta questa Goodman. Certa musica, talvolta, ti mette in pace col mondo. O almeno ci prova.
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