Nel 2020 Salif Keita aveva deciso di abbandonare la musica, ma galeotto fu il Giappone e ora ecco So Kono.
Il maliano Salif Keita non sarà certo il primo né l’ultimo che una volta annunciato il ritiro dalla scena decida poi di tornare sui suoi passi. Così, passato un lustro dall’uscita di scena ufficiale, nel 2023 decide di accettare l’invito a salire sul palco del Kyotophonie Festival in Giappone e al termine dell’esibizione, compenetrato dall’atmosfera spirituale di un tempio zen e spinto dalla label Nø Førmat! ha deciso di rimettersi in gioco. Con i fidi Badié Tounkara al ngoni e Mamadou Koné alle percussioni si è chiuso nella camera d’albergo di Kyoto dove ha registrato cinque di questi nove brani. Il titolo So Kono in lingua mandinga significa proprio ‘nella stanza’. Gli altri brani sono stati registrati in studio fra Parigi e Bamako.
Ispirazione, suoni e repertorio di So Kono
Comprensibilmente si tratta di un album acustico dalle atmosfere molto intime e suggestive, con protagonista principe il canto di Keita che non smentisce il suo soprannome di “the golden voice of Africa”. Altrettanto comprensibilmente vibra nell’aria una certa malinconia: Keita, discendente dal fondatore dell’impero del Mali, ma ostracizzato per il suo albinismo, ha saputo riscattarsi attraverso la musica, e ora in queste nove tracce mostra il lato umano di chi dopo una lunga carriera decide di dare un intenso sguardo al suo passato, mettendo insieme canzoni riarrangiate in veste acustica e minimalista e nuove composizioni.
Fra tutte spiccano Kanté Manfila, dedicata al chitarrista guineano scomparso nel 2011 a lungo nella band di Keita, con la voce accorata ed evocativa accompagnata solo dalla chitarra, la delicata Cherie, impreziosita da ngoni e violoncello, la riproposizione di Tassi, scritta per consolare un’amica che aveva perso il figlio (la voce canta il dolore accompagnata da un coro femminile) e i sette minuti di Sunjata, che risale alla sua partecipazione alla Rail Band nel 1970 ed è dedicata a un suo celebre antenato.
Certo i tempi d’oro di Keita e della sua generazione che per prima fece conoscere la canzone africana al pubblico occidentale sono lontani, altre generazioni sono subentrate con sperimentazioni e commistioni sempre più ardite, ma il vecchio leone riesce ancora a emozionare e incantare in una versione che rende la sua voce protagonista più che mai.
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