La forza creativa si fonde con le tensioni emotive nei Sanam di Sametou Sawtan.
A distanza di poco più di due anni dal disco di debutto i libanesi Sanam pubblicano il loro secondo splendido lavoro che esce per la canadese Constellation. Il sestetto formato dalla cantante Sandy Chamoun, da Antonio Hajj (basso), Farah Kaddour (buzuq), Anthony Sahyoun (chitarra, synth), Pascal Semerdjian (batteria) e Marwan Tohme (chitarra), questi ultimi due membri anche degli interessanti Postcards, ha registrato il disco fra il Libano e Parigi con la produzione di Radwan Ghazi Moumneh (Jerusalem In My Heart) che aveva già missato il lavoro precedente.
I Sanam fra passato e (fosco) presente
Rispetto all’esordio, che fu registrato in presa diretta, Sametou Sawtan è più strutturato nella forma canzone e si avvale anche di un’ottima post-produzione. Come nel precedente i testi sono tratti da canzoni e poesie arabe, di autori classici, come Omar Khayyam; e contemporanei, come lo scrittore libanese Paul Shaoul. Due brani sono invece opera di Sandy Chamoun.
Naturalmente la musica risente dell’instabilità, della violenza, del dramma che il paese dei cedri e l’Asia mediterranea stanno vivendo e Sametou Sawtan oscilla tra momenti più intimi e dolorosi e altri maggiormente dominati dalla rabbia e dall’angoscia. L’impatto è emotivamente coinvolgente e musicalmente ricco per la commistione fra elementi stilistici diversi, dal rock, al jazz, al kraut, che si inseriscono in un impianto strettamente legato alla cultura musicale della terra d’origine.
Sametou Sawtan brano per brano
La prima traccia Harik ribolle di angoscia e terrore. Clangori, rumori ferrosi e stridenti, voci spasimanti ci proiettano in una realtà frantumata, violentata dalla quale cercano di emergere linee melodiche di bouzouki e di canto, mentre basso e percussione avanzano implacabili. La successiva Goblin si innalza come un canto ieratico-doloroso e il rarefatto jazz di Habibon si muove in un’atmosfera sospesa fra sogno e realtà con la voce della Chamoun sapientemente alterata dall’autotune. Il motorik ritmico di Hadicat Al Ams è frenetico ed elettrico e conduce a un fiammeggiante finale fra distorsioni e bagliori lisergici. Hamam è uno dei punti più alti dell’album, quasi 10 minuti che rielaborano in chiave contemporanea una canzone popolare egiziana: fra bordoni di synth che dialogano con chitarra e bouzouki, drumming frenetici ed effetti rumorosi si destreggia l’incredibile voce della Chamoun, sofferta, ansimante, a tratti spettrale. Seguono la gotica Sayl Damei e il fascinoso canto d’amore Tatayoum fra vocoder, vibrati di bouzouki e chitarra, inquieti synth e un’eccellente sezione ritmica un brano di grande fascino. A chiudere il programma arriva la title track, breve ma con una grande presenza della meravigliosa voce della Chamoun.
Gran disco, fra le cose migliori ascoltate quest’anno.
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