Satellite Inn: ritorna il sogno americano di Stiv Cantarelli e dei suoi compagni.
Anche se credo proprio che a pochissimi il suo nome dica qualcosa, Stiv Cantarelli è tutt’altro che un novellino. I suoi Satellite Inn nascono verso la fine dello scorso millennio (1994) con il loro primo demo. Tre anni dopo si trasferiscono negli Stati Uniti inserendosi a pieno titolo nella ancora vivacissima scena del cosiddetto alternative country. Il loro album di debutto, Cold Morning Songs (1998), riceve buonissime critiche dalla stampa specializzata e la band viene invitata a numerosi festival e accumula molte date di esibizioni live. Purtroppo nel 2001 la loro etichetta statunitense fallisce e questo segna la fine del loro “american dream”.
Tornata in Italia la band aggiunge nuovi sapori al proprio sound e continua l’attività, senza peraltro incidere altri dischi, fino allo scioglimento nel 2007. Da allora ognuno dei membri si dedica ai propri progetti personali. Cantarelli continua a collaborare con importanti musicisti stranieri accompagnandoli nei loro tour italiani: in particolare, a giudicare da questo suo ultimo prodotto, ci sembra che abbia lasciato tracce la sua collaborazione con Bob Mould. Passato il periodo del covid, utilizzato anche per imparare a suonare il piano per affiancarlo alla sua amata chitarra e per scrivere nuove canzoni, Stiv fa ascoltare al suo “vecchio” bassista Fabrizio Gramellini i nuovi materiali. Da lì a decidere di coinvolgere nuovamente anche il batterista Antonio Perugini il passo è breve e il risultato è questo disco.
Un disco che recupera un suono alt-country sempre molto amato
Rispetto a certe esperienze di marcata sperimentazione chitarristica di Cantarelli, qui ci sembra di essere di fronte a una sorta di ritorno alle origini, pur se rilette alla luce delle nuove esperienze fatte nel tempo trascorso. Il disco ripercorre, in un certo senso, la storia dell’alternative country, di cui costituisce una sorta di antologia miscelando con gusto le varie epifanie del genere. Pur rileggendo il tutto attraverso la sua personale sensibilità, Cantarelli non nasconde le sue muse ispiratrici.
Così mentre i brani iniziali, Bury The Ashes e Two Old Brothers, ci sembrano richiamare abbastanza da vicino gli Uncle Tupelo di Still Feel Gone, la successiva Carry On, Benjamin – forse anche a causa dell’intro a base di armonica e del ritmo rallentato – si rifà piuttosto a quelli successivi di Anodyne. Quanto a Wayfaring Angel, non ci dispiacerebbe sentirla dalla voce di Lucinda Williams; e del resto quella di Cantarelli assume qui una sorta di inflessione “raucamente strascicata” che in qualche modo la richiama. Verso la fine della canzone si fanno strada riff di chitarra più duri che introducono similitudini con il Paisley Underground dei primi Dream Syndicate e che nella successiva Sam – soprattutto nella parte iniziale e in quella finale – portano allo scoperto le influenze del post punk degli Hüsker Dü, che a nostro avviso sono rintracciabili, pur se in misura minore, anche nelle successive Happy To Survive e The Dead Believers.
One Last Look And I’m Gone chiude il disco affidandosi al registro malinconico del genere alt-country, con Cantarelli che passa dalla chitarra al piano e richiama di nuovo gli Uncle Tupelo di Anodyne e i brani più romantici dei Grant Lee Buffalo. Ben scritto, ben suonato e cantato con partecipazione: un disco che gli amanti del genere ascolteranno con piacere.
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