Shabaka - Afrikan Culture

Tante sigle diverse e ora Shabaka Hutchings arriva al primo lavoro (quasi) a proprio nome

“Il mio vocabolario principale è il jazz, ma non sto cercando di avere l’energia di qualcuno in giacca e cravatta che, fermo davanti a un microfono, emette un bel suono rotondo, sto solo cercando di sputare fuoco”. Parole di Shabaka Hutchings, proteiforme sassofonista inglese in grado di guidare un gruppo anarchico come The Comet Is Coming o un quartetto incandescente come Sons of Kemet. O di andare in Sudafrica con i suoi Ancestors per scrivere il manifesto del jazz degli anni ‘20 (del terzo millennio). E che sia lui il faro della nuova scena jazz britannica lo dimostra il ruolo di musical director affidatogli da Gilles Peterson per il progetto We Out Here nel 2018, con artisti come Ezra Collective, Moses Boyd, Nubya Garcia, Kokoroko.

Breve biografia di Shabaka Hutching

Nato a Londra, trasferito a Birmingham all’età di due anni e poi alle Barbados da sei a 16 anni, dove inizia a suonare il clarinetto nella banda della scuola cimentandosi con il calypso e la soca del Carnevale caraibico. Infine il ritorno in Inghilterra dove Shabaka diventa il prototipo del musicista contemporaneo. Geograficamente e musicalmente incurante del tempo e dello spazio, infine debutta con un disco solista (senza cognome in copertina) che non assomiglia a niente di quanto registrato fino ad oggi.

Suoni e idee di Afrikan Culture

Afrikan Culture (Impulse Records) è un EP di nemmeno 30 minuti – per adesso disponibile solo in digitale-  in cui il nostro si ferma a meditare sulle sue origini (Black Meditation), a esplorare la propria interiorità (Explore Inner Space), a ricercare una nuova consapevolezza (The Dimension of Subtle Awareness). Lo fa utilizzando strumenti tradizionali africani come la kora (un’arpa/liuto dell’Africa occidentale) e la mbira (lamelle metalliche posizionate su una tavoletta di legno) in combinazione con il carillon – un sintetizzatore fatto a mano alimentato a batteria – e lo shakuhachi, un flauto di bambù giapponese. Il risultato evoca Music for Zen Meditation di Tony Scott ma filtrato dagli innumerevoli ascolti di A Love Supreme di John Coltrane (curiosamente entrambi dischi del 1964), ma con il fascino di una musica senza tempo. Tanto che giunti alla conclusione del disco, verrebbe da rimettere la puntina sul primo solco: se ci fosse un disco e se ci fosse un inizio e una fine.

Shabaka - Afrikan Culture
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Da ragazzo ho passato buona parte del mio tempo leggendo libri e ascoltando dischi. Da grande sono quasi riuscito a farne un mestiere, scrivendo in giro, raccontando a Radio3 e scegliendo musica a Radio2. Il mio podcast jazz è qui: www.spreaker.com/show/jazz-tracks

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