L’attesa è finita: sono tornati gli Sprints con All That Is Over.
All That Is Over è il secondo album degli Sprints, la band irlandese capitanata dalla vulcanica Karla Chubbs, che ha debuttato lo scorso anno provocando entusiasmi tra fan e addetti ai lavori di un ambito, ultimamente, molto affollato. Stiamo parlando del post punk d’oltre manica che continua a sfornare talenti e a suscitare paragoni con personaggi illustri dei tempi d’oro di un genere che sembra godere di ottima salute. Nomi come Fontaines D.C., Idles e ultimamente Lambrini Girls, vengono affiancati agli Sprints per portare avanti un discorso musicale che affonda le radici nei “fantastici eighties” e che oggi cerca di rinnovarsi. Spesso l’effetto “già sentito” è dietro l’angolo, ma ciò non toglie un enorme piacere per una grande fetta di adepti.
Le novità
Dopo l’esordio “infuocato” con Letter To Self, gli Sprints si sono buttati a rotta di collo in un tour mondiale (insieme al nuovo chitarrista Zac Stephenson) il cui esito è stato il secondo disco, la fatidica prova resa ancor più rischiosa dall’annuncio a breve distanza dal fortunato exploit iniziale. Mentre Letter To Self si caratterizza per l’immediatezza e la cantabilità dei brani che restano appiccicati al primo ascolto, All That Is Over confonde i piani, almeno inizialmente.
Il nuovo lavoro, con lo stesso produttore del debutto, Daniel Fox dei Gilla Band, segna un cambiamento optando per un sound più controllato e strutturato senza perdere l’intensità delle origini. La voce di Karla Chubb a volte risulta essere troppo importante e rischia di occupare la scena in maniera esclusiva, ma l’eventuale problema viene risolto con episodi corali particolarmente azzeccati e linee melodiche più pacate rispetto all’orgia sonora del primo album. Quello che si è perso in immediatezza o spontaneità viene ampiamente ripagato in equilibrio e consapevolezza come in una sorta di evoluzione naturale.
Le nuove canzoni
All That Is Over si apre con un paio di tracce felpate dal sapore new wave, Abandon e To The Bone, che non sfociano in esplosioni finali.
Esplode invece improvvisamente Descartes, con un riff incandescente che scalda i muscoli per ciò che segue. E così si procede tra episodi più hard core e altri più intimi per un disco piacevolmente disomogeneo che dimostra la grande versatilità degli Sprints. Al centro una manciata di pezzi che costituiscono i momenti migliori. Beg e Something’s Gonna Happen dimostrano una sorta di raggiunta maturità artistica dove le capacità della band non sono in discussione, l’armonia regna sovrana e il “già sentito” diventa una garanzia. Ottimo anche il finale affidato a Desire, un brano che costruisce un’idea di spaghetti-western-punk in un assalto di noise rock di sei minuti.
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